Cyberbullismo: tra sensazioni, pressapochismo e proposte a casaccio.


Da una segnalazione di ValigiaBlu

un bell’articolo di Massimo Mantellini sul parlare basandosi su dati certi, sulle proposte di intervento che nascono dall’emozione o dal sensazionalismo, e sul pressapochismo dilagante, “perché il bene dei nostri figli sia affidato nelle mani di legislatori, controllori e educatori di cui sia possibile fidarci, abbiamo prima di tutto bisogno di dati autentici, neutrali, raccolti fuori da ogni conflitto di interesse e divulgati dai media dopo un minuzioso controllo di senso e verosimiglianza. I nostri figli e le loro relazioni con la tecnologia, i rischi che corrono on line e le tragedie che talvolta accadono sono troppo importanti per essere lasciati nelle mani di questa gente“.

La grande maggioranza delle persone che parla dei rapporti fra bullismo e rete lo fa senza aver letto un solo dato. Cita comunicati stampa o improbabili studi statistici eseguiti per conto di osti che spiegano quanto il loro vino sia buono. Questo accade, da molti anni, per due ragioni fondamentali: perché la superficialità è un cardine ideologico di questo Paese e perché, anche volendo, di numeri onesti sul fenomeno non ne esistono. Nessuno li ha mai prodotti. Pew Research in Italia deve ancora essere inventato.

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Così oggi la senatrice Elena Ferrara del PD ha rilasciato la solita intervista a Repubblica nella quale moralismo, cattive idee e false informazioni si uniscono perfettamente. Ovviamente la Senatrice ha in mente di produrre l’ennesimo disegno di legge contro il cyberbullismo. Tralascio la parte comica nella quale la Ferrara propone di “pensare uno smartphone che sia child friendly, configurato per non consentire l’accesso a siti per adulti“, la cui attinenza col tema in questo momento mi sfugge, per citare la parte in cui risponde alla solita domanda nella solita maniera:

D: Si puà parlare di emegenza in Italia?
R: “Dalla ricerca realizzata da Ipsos per Save The Children leggiamo che i due terzi dei minori italiani riconoscono nel cyberbullismo la principale minaccia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, sul campo di calcio.”

Ebbene questa è una sciocchezza mille volte ripetuta. Ripeterla mille volte non aiuterà a renderla vera. Vediamo meglio.

Già Carola Frediani e Fabio Chiusi su Wired qualche tempo fa avevano meritoriamente sottolineato che la famigerata ricerca in questione non si riferisce alla rete ma al bullismo in generale. E comunque sia, non è nemmeno questo il punto. Il punto non è neanche che la ricerca che ogni anno Save The Children commissiona a Ipsos sia una ricerca a tema che serve ad una associazione per valorizzare prima di tutto se stessa. Il punto fondamentale è che, secondo me, questo tipo di ricerca non ha alcun valore, perché cerca i numeri per dimostrare una tesi e non si propone di indagare un mondo. Vi faccio un paio di esempi.

Sepolta da qualche parte c’è la ricerca analoga che Ipsos ha prodotto nel 2013. Su questi numeri, una valanga di numeri, dico solo due cose. La prima: i numeri contenuti nella prima parte dello studio sulla diffusione dell’utilizzo della rete e degli strumenti tecnologici sono abbastanza incredibili. O meglio sono assai distanti da ogni ricerca che il Censis e l’Istat producono annualmente sulla penetrazione della rete e del PC nelle case degli italiani.

Se decidiamo di fidarci dovremo ammettere che il digital divide italiano è del tutto azzerato, oltre il 90% dei ragazzi hanno un PC a casa, quasi tutti navigano su Internet un numero molto alto di ore al giorno. Tutto questo è abbastanza improbabile.

Seconda questione: domande fondamentali come quella su quanto i ragazzi si sentano minacciati in rete perdono totalmente di senso se la domanda è chiusa ed è formulata in maniera interessata.

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Agli 800 intervistati è stato chiesto quali fra questi rischi percepisce come più immediato (stiamo parlando di adolescenti ovviamente, le risposte le potete leggere qui sopra). Mentre la sintesi di Save The Children è questa:

Cyber bullismo: Save the Children, il 72% degli adolescenti e giovanissimi italiani lo avverte come il fenomeno sociale più pericoloso del proprio tempo.

È il caso di notare che anche nel 2013, come nel 2014 per sbadatezza SaveTheChidren confondeva bullismo con cyberbullismo, in altre parole incolpava la rete di pratiche che attengono in larga misura agli ambiti della vita reale. Curioso.

La sostanza è che un dodicenne, di fronte ad una domanda multipla fra bullismo (non cyber), droga, molestie, malattie sessualmente trasmissibili, alcool ecc, per come la vedo io, sceglierà bullismo per ovvie ragioni. Anche mia figlia, credo, farebbe lo stesso. Un imbecille in classe che ti dia fastidio non è così difficile da trovare, una malattia sessualmente trasmessa, lo è molto di più. Questo ovviamente non significa in nessuna maniera che il 72% degli adolescenti pensi che il cyberbullismo (o il bullismo) sia il fenomeno più pericoloso del loro tempo.

Poi qualcuno in cattiva fede aggiungerà il prefisso cyber ma la sostanza è che la domanda è fondamentalmente mal posta, è intellettualmente poco onesta, invece che descrivere un mondo disegna un percorso intenzionale.

Questo percorso intenzionale è uno dei grandi problemi di questo Paese perché una ricerca a tesi come questa, pagata da una società che ha interessi ovvi affinché lo scenario dipinto dai numeri sia in qualche maniera aderente alla propria centralità (accade continuamente, anche con altri soggetti onnipresenti come Telefono Azzurro e il Moige) poi approda senza alcun filtro sui media. Anche da quelle parti, per superficialità o cialtroneria nessuno ha interesse a produrre qualcosa di diverso dal copia-incolla solito di un comunicato stampa che nessuno in redazione ha letto; nessuno che si chieda dove nascano simili numeri, se siano plausibili o no, se combacino con altri numeri simili. Quindi i giornali pubblicano (tutti) valanghe di stronzate non controllate (è una novità? no, non lo è) .

Utilizzando simili informazioni, anche questa volta senza alcun controllo, Senatori come Elena Ferrara, sull’onda della commozione legata al suicidio di una ragazza, propongono disegni di legge, invocano prese di posizione e soluzioni rapide. Il trionfo del pressapochismo.

È brutto da dire ma la cialtroneria diffusa di simili percorsi genera mostri ogni volta uguali. Perché questo non accada, perché il bene dei nostri figli sia affidato nelle mani di legislatori, controllori e educatori di cui sia possibile fidarci, abbiamo prima di tutto bisogno di dati autentici, neutrali, raccolti fuori da ogni conflitto di interesse e divulgati dai media dopo un minuzioso controllo di senso e verosimiglianza. I nostri figli e le loro relazioni con la tecnologia, i rischi che corrono on line e le tragedie che talvolta accadono sono troppo importanti per essere lasciati nelle mani di questa gente

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