Tutte le farse di uno scandalo di Stato


Quella di Stefano Cucchi non può essere considerata una storia di giustizia penale tra le tante, solo un po’ più tragica e pietosa. E’ una vicenda nella quale hanno trovato spazio problemi, mancanze, vizi e farse di uno Stato che ancora una volta dimentica la Giustizia per i più deboli.

C’è la farsa di una giustizia ingabbiata all’interno di meccanismi contorti nei quali la logica viene piegata alla volontà della parte più abile. L’assoluzione in appello di tutti gli imputati affonda le proprie radici nelle flebili motivazioni della condanna in primo grado quando viene accettata la tesi della morte per mancata idratazione durante la sua permanenza in ospedale, sganciando il decesso da ogni correlazione con le motivazioni per cui era stato trasportato in una struttura sanitaria, ossia le pesantissime lesioni che presentava su tutto il corpo. Facile, per una qualunque difesa, dimostrare che non vi sono correlazioni evidenti tra questa situazione e il decesso del giovane, ma è evidente quanto questa ricostruzione sia ottusa e mancante di una parte fondamentale: è come se nella ricostruzione di un incidente stradale non si tenesse conto della velocità di una vettura o della presenza di alcool nel sangue dei conducenti. In questo caso non si trattava di fare l’alcool test a qualcuno ma di tenere conto di testimoni oculari, di deposizioni di altri detenuti e di ricostruire una seria catena logica di eventi che spiegasse in modo ragionevole perchè mai una persona fermata per possesso di sostanze stupefacenti (29 grammi di hashish) sia deceduto dopo una settimana in stato di fermo. Con il risultato paradossale sancito dalla sentenza di appello: un essere umano morto mentre si trovava affidato alla custodia di alcuni soggetti istituzionali che non vengono chiamati a rispondere del perchè questo sia accaduto. Una soluzione che ha dell’assurdo se si pensa che l’assicurazione che copre i medici dell’Ospedale Pertini di Roma, dove il giovane è deceduto, ha già provveduto a liquidare un rimborso alla famiglia Cucchi, segno che dal punto di vista del comportamento medico si era ravvisato un certo grado di responsabilità.

C’è il vizio tutto italiano di metterla sempre in caciara, in fazioni, in tifoserie contrapposte: i poliziotti cattivi contro il giovane innocente o il giovane spacciatore tossico che infanga il nome di onesti poliziotti che fanno impeccabilmente il loro mestiere. La morte di Stefano Cucchi deve passare anche da queste banalizzazioni, con il contorno di commentatori, opinionisti e di politici che si legano a una o all’altra tesi per farne una bandiera di proprie battaglie o più semplicemente del proprio ego.

C’è il comportamento, inqualificabile, dei presunti colpevoli ora, protetti da vere e proprie corporazioni, per l’occasione, più chiuse che mai. Perchè se è comprensibile la soddisfazione di un avvocato difensore che esce vincitore da un processo così delicato, se è umano il sollievo di chi accusato (magari ingiustamente) dimostra in tribunale la propria innocenza, non dovrebbero però esistere le immagini dei gesti osceni rivolti ai parenti della vittima presenti a processo così come la reazione a mezzo stampa dai vertici delle associazioni di categoria coinvolte, una  – come ha scritto Michele Serra su Repubblica – “così tronfia e insensibile esultanza per una sentenza che, da qualunque parte la si osservi, non trova verità e non trova giustizia“. Perchè di mezzo c’è il cadavere di un giovane, il dolore di una famiglia e – e non lo si può ingnorare – un’istituzione come la Polizia di Stato chiamata a rispondere delle proprie azioni. E mentre i fatti richiederebbero la massima trasparenza e disponibilità e collaborazione nelle indagini l’impressione resa è piuttosto quella di voler archiviare quanto accaduto come l’ennesimo fastidio, un piccolo incidente di percorso, aggrappandosi allo stereotipo del poliziotto come capro espiatorio dei mali e delle tensioni della società.

Perchè infatti c’è anche il fantasma di uno Stato che esce frantumato nella sua credibilità istituzionale, già appesantita da mali indicibili, che non avrebbe davvero bisogno di altre ombre, macchie e sospetti per risollevarsi un po’. Anche se questo significasse vedere qualche “servitore dello Stato” rispondere severamente delle proprie azioni. Sarebbero le stesse istituzioni a beneficiare di un po’ di responsabilità in più, di qualche “mistero di Stato” in meno e anche, se fosse provato, di qualche condanna in più.

E’ la Giustizia la grande assente di tutto questo quadro, dissolta nel dolore di una famiglia che vuole solo avere semplici risposte a sacrosante domande e invece, malgrado tutta la tenacia e la determinazione, prova la solitudine di chi urla senza nessuno disposto ad ascoltare. La stessa desolante solitudine delle famiglie Aldrovandi, Bianzino, Uva, Magherini e di tutte le decine di storie che similmente finiscono con molti dubbi, tanta omertà e pochi colpevoli che – peraltro –  raramente pagano. Perchè anche in questi casi sono poi sempre gli ultimi a pagare il prezzo di processi lunghissimi e complessi, a scontrarsi contro il fronte compatto di istituzioni che devono sopravvivere alle proprie mancanze e a scontare il pregiudizio che vuole che un giovane tossicodipendente sia una persona di serie B, che non meriti neppure di sapere come, perché e per mano di chi sia morto.

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