Le Elezioni non sono un “referendum”


Nell’articolo di Davide Vavassori pubblicato sul Blog di Volontà Civile, e dedicato alle bugie propinate nell’attuale campagna elettorale per le Europeee, manca in realtà un’ulteriore menzogna, quella più subdola e fuorviante, che sta dietro a tutto. Più che una bugia è un errore voluto, e cioè quello di trasformare ogni competizione elettorale in un “referendum” su di un argomento o elemento della politica nazionale.

Non è raro infatti sentire, accanto a “stracceremo i Trattati sull’Europa” e “se vinciamo usciamo dall’Euro”, che queste elezioni sono “un referendum sul Governo” o “un referendum su Renzi”, quando in realtà pongono l’accento su ben altri argomenti e, per via della struttura stessa della modalità elettorale (fino a 3 preferenze per ogni elettore, soglie di sbarramento e numero di deputati eletti proporzionalmente alla popolazione) mal si prestano ad essere interpretate come un voto sul gradimento della politica nazionale, o sull’attuale presidente del Consiglio, o su scelte politiche nazionali.

Grillo dice che se vince le Europee (cosa vorrà dire poi?) il M5S prenderà il Governo, la Lega dice che se vince le Europee (idem come sopra) bisognerà rivedere la politica nazionale sull’immigrazione, Fratelli d’Italia spinge per l’Identità nazionale e meno tasse alle imprese (anche se non è l’Europa che tassa le imprese italiane) eccetera, eccetera, in un grande calderone di argomenti eterogenei che nulla hanno a che vedere con l’oggetto diretto della tornata elettorale.

E’ successo molte altre volte in passato, ad esempio, alle elezioni Amministrative, quando le candidature di Alemanno e Moratti venivano presentate come una estensione del Governo nazionale, ed è successo alle elezioni Regionali quando la Lega, conquistando le tre regioni del nord, si presentava com interlocutore politico nazionale per tutto il settentrione malgrado alle elezioni politiche avesse raggiunto un risultato davvero al di sotto delle peggiori aspettative (4,33%).

E’ un’approssimazione deliberatamente cercata dai partiti e dai movimenti nostrani (alcuni più di altri) che deriva sia dal populismo di cui trasuda la comunicazione politica italiana, sia dalla disaffezione dei cittadini verso le istituzioni e quindi verso i propri doveri di elettori, sia dalla debolezza stessa dei partiti. Tre elementi che si intersecano l’un l’altro nel costruire l’attuale (desolante) offerta politica italiana: se i cittadini non vanno alle urne per disaffezione allora si prova a spingerli a votare caricando l’appuntamento elettorale di significati che non ha, facendo leva su indignazione spiccia (“l’Euro che strangola gli italiani”), facili paure intorno a temi particolarmente manipolabili (“se non vinciamo noi avremo un’invasione di immigrati clandestini”) e offrendo soluzioni semplici a temi complessi (“se vinciamo, stracciamo i Trattati”).

Ma è soprattutto un imbroglio che snatura il singolo evento elettorale (le Elezioni europee, in questo caso, ma lo stesso discorso vale ogni volta quando si mescolano i diversi piani) aumentando confusione e ignoranza in un elettorato già di per sé confuso e ignorante, contribuisce ad avere rappresentanti politici più impreparati o improponibili (ricordo che l’Italia vantava Iva Zanicchi come propria rappresentante) e anche a gettare ulteriore discredito sulle stesse istituzioni (l’antico adagio che vuole i parlamentari europei strapagati per legiferare su cose inutili). Questo gioco al ribasso è un serpente che si morde la coda: si cerca facile consenso screditando il sistema politico che, per la prossima tornata, dovrà ricorrere ad un consenso ancora più facile e basso, attingendo agli istinti, alle pance e alle paure degli elettori, triturando inesorabilmente ogni tentativo di riflessione e proposta politica.

Qualcuno disse che “un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione” ma, a ben vedere, pare che ci si accontenti della prima pagina (o del link più cliccato) il mattino seguente.

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