Astensionismo: analisi da fare e atteggiamenti da rivedere


I tifosi renziani si stizzano di brutto quando si fa notare che un’affluenza elettorale così bassa è preoccupante: “ma non è colpa di Matteo!”. Per qualcuno è colpa degli errori del passato (sempre loro!), per qualcun’altro è “inevitabile in un mondo globalizzato” (sic.). Il fatto è che i dati dell’affluenza in Emilia Romagna e Calabria sono spaventosi e dovrebbero scatenare reazioni politiche terrorizzate ma pare invece che l’astensionismo non sia una priorità dell’agenda di Renzi, che esulta e conferma “Avanti così!“.

Questa volta erano le regionali. Fino a che si trattava delle Europee si poteva invocare la scusa dell’elettorato poco “educato” all’Europa, magari dando a Bruxelles la colpa di non farsi capire e voler bene dai cittadini. Del resto – sostenevano gli esperti del voto –  perchè dovrei andare a votare per un qualcosa che non capisco, per un’Istituzione che è lontanissima da me, dal mio territorio, dai miei problemi. Eppure anche in quelle elezioni tanto bistrattate andò a votare il 70% degli aventi diritto in Emilia Romagna. Stavolta erano le regionali. E colpisce perchè non si hanno più alibi (espressione tanto cara Renzi): le Regioni si stanno affermando come asse portante dell’amministrazione dello Stato e punto cruciale della gestione del potere politico, luoghi di interessi e decisioni che dovrebbero catalizzare la massima attenzione della cittadinanza e che invece vengono percepiti come distanti e inutili dall’elettorato che rifiuta di esprimere il proprio voto. Certo le Regioni, e l’Emilia Romagna in particolare, sono state al centro di scandali ed episodi opachi che anno minato la fiducia verso questa istituzione. Forse sarebbero stati necessari altri ragionamenti, ad esempio alla luce del fatto che entrambi i candidati del centrosinistra sono stati indagati nell’ambito delle cosiddette “spese pazze”.

Ma qualunque sia la motivazione contingente della bassa affluenza la domanda dovrebbe essere un’altra. Quanto è accettabile un Paese dove, qualunque sia il motivo, 6 persone su 10 reputino inutile o non interessante andare a votare? Ma soprattutto, siamo sicuri di aver compreso ciò che questo significa?

A quanto pare l’analisi dell’astensionismo non è una preoccupazione, almeno a vedere le prime reazioni ufficiali e i primi dibattiti  sui social network. Alla semplice constatazione dell’aumento dell’astensionismo la risposta, al limite dell’isteria, dei tifosi renziani è “ma non è colpa di Matteo!” (si, chiamandolo per nome come ormai è divenuta abitudine). E, appena superata la risposta  si parte con la girandola delle motivazioni più o meno articolate. Qualcuno chiama in causa gli errori del passato (la tremenda politica prima dell’avvento di Matteo), qualcun altro si concentra solo sugli episodi locali. Ho addirittura letto questo commento “tra i tanti effetti della democrazia globalizzata ci stà che la partecipazione al voto cali rispetto alle nostre abitudini……non è un buon segno ma ce ne faremo una ragione“.

Insomma: un’analisi politica veramente disarmante nella quale spicca questo “ce ne faremo una ragione” che mi spaventa davvero.

Pare che quello che conta maggiormente è ripetere (forse più a sé stessi) che si è sempre dalla parte della ragione e che non si è mai sbagliato nulla. La fiducia incondizionata nel proprio leader diventa un paraocchi: l’importante è che il proprio politico-feticcio rimanga saldo nella sua aurea di perfezione e infallibilità (con tutto il contorno sulla retorica dei gufi e dei professoroni).

E’ una questione di coerenza e serietà politica, perché un partito che ha l’ambizione di guidare il Paese (fino al limite altrettanto assurdo del “partito della nazione”) non può permettersi di liquidare un segnale così forte di critica al sistema politico nel suo insieme limitandosi a dire “non è colpa mia, è colpa di chi è venuto prima di me!”

E’ una questione di dignità politica perché è da quando mi interesso di politica (all’indomani di tangentopoli) che continuo a sentire persone ben più esperte e navigate di me continuare a ripetere che “ce ne faremo una ragione”. Sull’astensionismo, sull’etica, sulla cultura politica, sulla partecipazione dei cittadini: sempre “ce ne faremo una ragione”. Mi domando semplicemente a che punto sia posta l’asticella oltre la quale non potremo più dire “ce ne faremo una ragione” ma cominceremo ad affrontare le cose nel merito.

Magari cominciando con la semplice constatazione che uno va a votare se “percepisce” quella competizione elettorale come importante per il suo futuro, e il proprio voto come importante per determinare il risultato o quantomeno influire sulle scelte e sui cambiamenti.

(Magari accorgendoci che nel 2011, ai referendum, in Emilia Romagna i Sì superarono i 2 milioni di voti su tutti e cinque i quesiti: il triplo dei voti presi ieri da Bonaccini).

Magari ragionando su quanto sia in contraddizione spacciare per “partecipazione” una mera consultazione pubblica su qualunque argomento o proposta di legge/riforma e un sistema elettorale che va nella direzione esattamente contraria alla partecipazione, con premi di maggioranza forzati e pericolosi e lo svuotamento del ruolo dell’elettorato nella scelta delle candidature, in continuità con il sistema elettorale attuale.

E invece: “La non grande affluenza è un elemento che deve preoccupare ma che è secondario“: un elegante modo per dire che quello che importa è vincere, non importa come. Una presa di posizione che marca tutta la distanza che esiste tra l’istituzione e il territorio. Con buona pace del #sicambiaverso e della rottamazione si finisce con il far coincidere la politica solo con un “contare le bandierine”, proprio quella cosa che il Presidente del Consiglio dice a parole di non fare ma che invece fa (eccome) quando dice che l’astensionismo è un problema secondario e che il PD vince per 5 a 0.

Come sempre accade in politica è impossibile descrivere questa debacle come frutto di una sola causa. E’ di gran lunga più veritiero vedere la compartecipazione di errori diversi, per cui se da una parte non è giusto attribuire la disaffezione solo ed esclusivamente al PD di Renzi non è giusto nemmeno non dare conto delle recenti scelte di un Partito che ha di fatto rinunciato alla sua base di volontari, tesserati e simpatizzanti, preferendo i “like” e i “follower” alla strutturazione sul territorio attraverso i propri circoli: liquidati come retaggi di un passato obsoleto e perdente ma che alimentavano un rapporto continuo che si tramutava in sostegno, affetto, partecipazione anche nei momenti più difficili.

Non sarà sicuramente tutta colpa di questo cambio di tendenza, ma forse sarebbe il caso di farci un ragionamento. E sono anche dell’idea che aprire una discussione su questi aspetti non sarebbe nemmeno – al contrario di quello che sostengono tanti tifosi renziani – un’ammissione di debolezza piuttosto di consapevolezza e di maturità.

Se poi si vuole vedere il risultato di questa domenica elettorale come un grandissimo successo, si è sempre liberi di farlo: purché si sia pronti ad assumersene le conseguenze.

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