In Italia piove


In Italia piove. E non poco.

Sembra incredibile ma qui da noi piove e non per soli 60 giorni all’anno come accade alle Barbados. Qui da noi piove e quando lo fa, semmai non ce ne fossimo mai resi conto, lo fa decisamente molto bene.

Ora, ci sono solo due modi per far fronte a questa “straordinaria scoperta”: o aprire gli occhi e agire di conseguenza, o fare finta di niente e piangere come coccodrilli alla prossima tragedia.

In Italia piove e hai voglia a chiamarli “nubifragi” e “bombe d’acqua”, hai voglia ad aggrapparti ai bollettini informativi dell’ARPA, hai voglia a rimpallarti le responsabilità solo a cose avvenute. hai voglia a continuare a complimentarti del lavoro eccezionale di Protezione Civile, VVFF e volontari.

In Italia piove spesso e ogni volta, ogni tremenda volta, passato il dolore per quanto accaduto, per i danni e le vite spazzate via, il sentimento che si presenta è sempre più spesso la frustrazione e la rabbia. Lo avevano scritto già molto bene altri quasi un anno fa (leggi qui). Non si trattava di Carrara, ma della Sardegna, mentre l’Italia ancora piangeva le tragedie di Messina, delle cinque terre e di Genova, esattamente come oggi (sempre Genova e sempre il Bisagno di mezzo).

In Italia piove e, quando fa danni, la prima reazione è quella di dare la colpa al sovrannaturale: “bombe d’acqua”, “nubifragi”, “eventi naturali imprevedibili”, suffragati da dati pseudo-scientifici calati per un sicuro impatto emotivo tipo “in un’ora ha scaricato la quantità d’acqua di un anno”. La seconda reazione è quella di cercare uno scaricabarile: “l’ARPA non ci ha avvisato”, “la protezione civile non ha allertato”, lo Stato non ci ha ascoltato. La terza quella di battere i piedi per chiedere i danni, comunque sempre ad altri. Non una parola in più sulle cause.

In Italia spesso piove e in un numero incredibilmente alto di casi la pioggia fa scempio del territorio. E per un caso in cui l’evento è realmente “eccezionale”, “imprevedibile” e “fortuito”, ce ne sono molti di più per i quali si scoprono tante cose: allarmi ignorati, lavori fermi, cantieri mai partiti, progetti sbagliati.

Ad esempio sono 40 anni che il Bisagno è considerato “emergenza nazionale”: una definizione di Ciriaco De Mita, allora ministro. Allora era fresco il ricordo dei 44 morti lasciati dall’esondazione di 4 anni prima. Ad oggi sono passate altre alluvioni, altri danni e altri morti. In mezzo una serie sterminata di dichiarazioni, promesse, impegni, convegni, studi, rapporti, allarmi. Ma in concreto mai nulla, come ha ricostruito Antonio Stella:

Quattro decenni dopo siamo ancora qui. A rileggere documenti della struttura d’emergenza di Palazzo Chigi intitolati: «Come e perché da 3 anni sul Bisagno lavorano avvocati e magistrati ma non operai». A chiederci come sia possibile che la «rimozione del tappo» nel tratto terminale del fiume, tappo che ogni tanto salta, sia bloccata da anni dalle risse intorno agli appalti nonostante fosse stata riconosciuta come una criticità a livello nazionale ed europeo almeno da quando fu inserita nel «Piano degli interventi strutturali per la riduzione del rischio idrogeologico in aree urbane ad altissima vulnerabilità» redatto nel luglio 2001. Chi abbia ragione tra i due consorzi di imprese che si scannano intorno all’appalto per 35.730.000 euro stanziati l’11 ottobre 2010, con tutto il rispetto per le ragioni dei contendenti, non può interessare più di tanto i cittadini italiani. Che scoprono basiti come a distanza di anni dai lutti, dalle lacrime, dalle promesse, dai solenni giuramenti del 2011 praticamente nulla sia stato fatto. Per ragioni di carte. Solo di carte.

In Italia piove e fa danni perché certo la natura è spesso imprevedibile e violenta ma molto più spesso l’inerzia dell’uomo gli da una buona mano. Inerzia nelle opere ma a volte anche solo nei controlli. Come a Olbia dove interi quartieri erano stati costruiti forzando il corso naturale dei torrenti, che di piena in piena hanno ritrovato la loro direzione originaria. Come a Peschici, in Puglia, dove c’è voluta una tragedia mortale per “accorgersi” di oltre 50 abitazioni realizzate abusivamente direttamente sui corsi d’acqua che hanno generato l’alluvione dell‘8 settembre scorso. O ancora a Carrara, dove gli argini rimessi a nuovo nel 2010 si sono sbriciolati alla prima piena del torrente Carrione, trascinando non solo case e capannoni ma una storia fatta di anni di denunce, allarmi, lavori mai completati e opere mai collaudate nella piena responsabilità degli enti pubblici che le hanno commissionate e su cui dovevano vegliare.

Perchè in Italia piove e non c’entra solo il “governo ladro” con cui prendersela, come dice un vecchio adagio. Se esiste una colpa, questa è la diffusa impreparazione a tutti i livelli, dallo Stato centrale, perso dietro ad interventi legislativi tanto generici quanto inefficaci, alle Regioni, preoccupate a sostituire il primo come centri di potere più che di politiche per il territorio, alle Provincie e ai Comuni, le prime in via di estinzione (salvo che per le poltrone distribuite) i secondi spesso strangolati da vincoli e ristrettezze economiche e normative, alla selva di Enti, agenzie, uffici, comitati, sovintendenze a cui spesso sono demandate funzioni senza che abbiano l’adeguata competenza e/o la capacità operativa. Si salvano giusto i servizi di emergenza, i quali però, appunto, quando intervengono lo fanno perchè è troppo tardi.

In Italia piove e ogni volta, oltre alla pioggia, la costante è la certezza che nulla sia realmente cambiato dalla volta precedente. Non una maggiore consapevolezza, non un diverso approccio politico che non sia quello puramente emergenziale, non una diversa coscienza dei numeri e dei dati. Andrea Zitelli, su Valigiablu.it ha analizzato i dati del governo sulla situazione del dissesto idro-geologico italiano e ricostruisce in modo chiaro una situazione che è semplicemente allarmante.

In Italia, quindi, piove. Ce ne rendiamo conto in questi giorni semplicemente guardando fuori dalla finestra. Ma dovremmo anche renderci conto che tutti i danni e le tragedie che spesso accompagnano la pioggia non solo non spariscono se diamo alla pioggia un nome diverso e pauroso, ma piuttosto continueranno a presentarsi con sempre maggiore forza e frequenza. E’ l’intera società che deve fare delle scelte. Può scegliere di svegliarsi ogni volta in un incubo, facendo finta di sorprendersi, maledire il destino, piangere i propri morti, complimentarsi per i soccorsi e organizzare raccolte di denaro. Oppure può scegliere di comportarsi diversamente e reagire a quello che il territorio ci sta dicendo. Anche se questo costa programmazione, trasparenza, fatica e soprattutto soldi: tutte cose che nel mondo politico-elettorale non pagano. Raccogliere dati e tenerli aggiornati, realizzare studi e valutazioni su questi dati, approntare progetti, realizzarli in tempi ragionevoli, coinvolgere la cittadinanza per presentare rischi e soluzioni, rinforzare argini, realizzare scolmatoi, canali, vasche, pulire rive, alvei, torrentelli, trovare soluzioni e alternative ad errori del passato (come tutti i fiumi e corsi d’acqua interrati sotto città grandi e piccole, dal Bisagno, al Seveso, finanche al piccolo Valduce che ha allagato il centro di Como)…in una parola: prevenire. E chiedere conto, si, delle reali responsabilità, delle miopie politiche, degli appalti e della loro gestione,  e pretendere delle risposte.

In Italia continuerà a piovere, ma solo così torneremo a guardare il temporale fuori dalla finestra con meno preoccupazioni e smetteremo di chiamare “bomba d’acqua” un temporale per rifugiarci nell’illusione che molte tragedie siano solo colpa nostra.

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