Quando la politica procede per ossessioni


Chi aveva in mente di spalmare il TFR direttamente nella busta paga dei lavoratori? Praticamente nessuno mai.
Da quando se ne parla? Più o meno da una decina di giorni. Eppure è diventata questione politica fondamentale nell’agenda di governo.

Se mettiamo da parte un giudizio nel merito della questione possiamo individuare un metodo logico/politico ben preciso che guida le diverse fasi, dalla formulazione della proposta, alla sua definizione politica e/o normativa, fino al confronto (anche se sarebbe più corretto parlare di “liquidazione”) con le eventuali critiche e posizioni di dissenso. È lo stesso metodo, del resto, che ha guidato molte altre azioni di questo governo e che ne sta diventando la caratterizzazione logica. Dalla fulminea chiusura dell’esperienza del governo Letta al dibattito intorno all’art.18 si può ricostruire uno schema sempre più o meno come il seguente.

1- l’indiscrezione. La proposta viene in qualche maniera diffusa dalle cronache. Spesso ricorrendo all’indiscrezione, al virgolettato, alla voce di corridoio riportata senza citare alcuna fonte diretta e caratterizzata quindi da un certo effetto-sorpresa: nessuno si aspettava quella proposta che non era mai stata formulata prima. Sarebbe da aprirsi a tal proposito un dibattito su come e perchè i media italiani si prestino e molto alla diffusione di questo tipo di notizie, in quale misura si tratti della volontà di lanciare lo scoop di turno e quanto invece non siano “complici” (volontari o meno) di operazioni di marketing studiate a tavolino.

2 – la negazione. Alla proposta che inaspettatamente fa il giro dei media la prima risposta ufficiale è di negazione, magari accompagnata dalla risposta sorniona di chi la prende come uno scherzo. E’ la cifra stilistica di Renzi: #enricostaisereno è divenuto un simbolo al limite del ridicolo ma anche le promesse, fatte appena sei mesi fa, che non aveva alcuna intenzione di toccare legislativamente l’art. 18.

3 – l’apertura possibilista. Sono ancora un’altra volta i media che orientano questa fase. Perchè se la prima risposta è stata di negazione (magari affidata ad un comunicato, ad un tweet o ad una battuta estemporanea) alle domande dei giornalisti (per strada, o in contesti che consentono risposte più articolare come in conferenza stampa o durante talk show) la risposta cambia gradualmente.

3a) permane la negazione ma con un’apertura di tipo puramente teorico: “Si potrebbe fare ma non è il caso italiano”…

3b) permane la negazione ma si fa largo un’idea che al momento non è possibile realizzare: “questa cosa non si può fare! ma se ci fossero queste condizioni allora…”

3c) si attribuisce importanza alla condizione che impedisce il realizzarsi della proposta che piano piano diventa intenzionale: “A me piacerebbe fare questa cosa ma esistono tutti questi ostacoli che non me la lasciano realizzare…”

E’ il punto di svolta: ciò che non era previsto né promesso, risale improvvisamente lungo la scala delle priorità.

4 – l’acquisizione della proposta – la proposta non è più teorica e nemmeno più un’obiettivo irraggiungibile: diventa l’orizzonte della proposta politica immediata. A sostegno si usano argomenti generici (“solo da noi c’è questa cosa”) entusiastici (“è una questione di civiltà”, “è un cambiamento inevitabile per un Paese moderno”) o ideali (“dobbiamo superare la mentalità dello stato-mamma. I cittadini sono maturi”) – condensati in slogan di facile impatto, frasi ad effetto, battute efficaci, con un massiccio uso dei diversi canali comunicativi. Non manca la chiusura verso le critiche che – e questa è una deriva tipicamente Renziana – sfociano spesso nella ridicolizzazione delle posizioni non allineate.

5 – l’ossessione di squadra – Fatto il ribaltamento di prospettiva comincia un fuoco di fila per promuovere il nuovo indirizzo. I compagni di Governo o di Partito si mostrano particolarmente solerti e determinati a ripetere ossessivamente gli stessi slogan e le stesse motivazioni in ogni modo e ad ogni occasione possibile. Il ribaltamento di prospettiva del capo diventa condiviso dall’intero partito senza dubbio alcuno se non da parte di una minoranza che viene bollata come irrilevante. Anche su questo punto le riflessioni politiche da farsi potrebbero essere molte.

6 – la realizzazione – Ottenuto senza problemi il supporto politico e pratico del partito la realizzazione della proposta, fino a poco tempo prima nemmeno contemplata, diventa cosa da nulla. Che si tratti della caduta di un Presidente del Consiglio o dell’intervenire su di una normativa più o meno complessa, la sostanza non cambia.

Considerazioni.

Come ho scritto sopra metto da parte ogni riflessione sul merito delle singole proposte o delle situazioni che si sono verificate. Ma trovo che è comunque possibile trarre dall’uso di questo metodo alcune riflessioni che trovo preoccupanti. L’impressione è che questo modo di procedere non ha fondamento in alcun ragionamento politico programmatico. Si ripete spesso che determinate decisioni vengono prese per forza di cose (“è una riforma non più rinviabile”), o perchè stabilito ad altri livelli (es. “ce lo chiede l’Europa”), o ancora si ricorre alla retorica dell’ultima spiaggia, dell’ultima occasione  che vale come implicita autorizzazione di qualsiasi cosa (a pena di non si sa quale tragico evento). Alle critiche non si replica nel merito delle cose ma sempre e comunque ricorrendo allo schema preimpostato e rifiutando ogni mediazione o quasi. In questo modo si legittima tutto e il contrario di tutto, ogni cambio di idea o di prospettiva anche in corsa, in una spirale di opportunismo che ha trovato il suo apice nel pensionamento dell’esperienza governativa di Enrico Letta. La riflessione politica è quindi guidata da impulsi del momento che in breve tempo, grazie ad un uso sapiente dei mezzi comunicativi, diventano ritornelli martellanti: ossessioni che guidano la politica appunto. Questo mi fa fare 2 considerazioni. La prima è che tali tematiche sono fortemente esposte alla ricerca del facile consenso. Se, come si dice da più parti, l’Italia ha bisogno di riforme strutturali (riforme profonde, complesse e durature) l’unica strada percorribile  è quella della pianificazione politica nel medio periodo e non quella delle idee formulate oggi, blindate domani e realizzate dopodomani. Giustizia, lavoro, assetto istituzionale sono questioni che dovrebbero richiedere analisi, condivisione e – solo dopo – la formulazione di proposte, una strada che richiede pazienza e profonde doti politiche di mediazione. Preferire invece soluzioni spicce e di effetto è la soluzione più adatta invece al produrre rapido consenso grazie alla nomea di “governo (o politico) che fa le cose”. Questo però espone la proposta politica al rischio di inseguire l’andamento dei sondaggi di gradimento: e con il metodo sopra descritto sarà un gioco da ragazzi poter proporre tutto e il contrario di tutto solo per assecondare un elettorato che viene sempre meno educato alla progettazione politica (e ai tempi lunghi che meriterebbe). In questo modo, alla prossima oscillazione nei dati dei sondaggi, sarà facile fare proposte di facile presa che monopolizzino l’attenzione e il dibattito, indipendentemente dalle priorità, da quanto fino a quel momento programmato, dalle promesse fatte, dai programmi elettorali, dagli annunci programmativi.

La seconda considerazione è che in questo modo si sposta ulteriormente il peso dell’attività normativa sul Governo diminuendo il ruolo del Parlamento. Si ricorre sempre di più a strumenti di immediata esecuzione (come la decretazione d’urgenza) e a strumenti che lascino comunque le “mani libere” al Governo (come è il caso della delega sul jobs act) o blindando i testi prodotti con il ricorso alla fiducia (strumento importante per la tenuta degli esecutivi ma che, grazie ad un uso molto largo come si è visto negli ultimi anni, rischia di diventare un’arma di ricatto verso i parlamentari).

Nulla di diverso da quello che abbiamo visto negli ultimi 20 anni, insomma, e per un governo che doveva “cambiare verso” alla politica italiana è davvero ben poca cosa

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