Credevamo di essere al sicuro (*)


L’ombra l’unga della criminalità organizzata dietro ai fatti di Guanzate e Cermenate: una doccia fredda (l’ennesima) per un territorio che continuava a ripetersi di essere estraneo a certi problemi

Minacce di morte ad amministratori pubblici, colpi di pistola nel cuore della notte, cadaveri sepolti in giardino.
Succede a pochi chilometri da noi, dalle nostre case, dalla nostra inconscia rassicurazione che si tratti di cose che non ci riguardano. Per questo una parte di noi vorrebbe che si stesse parlando di luoghi remoti: Secondigliano, Scampia, Casal di Principe o uno qualunque dei tanti altri scenari della criminalità organizzata in Italia. Dobbiamo invece accettare che si sta parlando di Cadorago o di Guanzate, di Fino Mornasco o di Bregnano. Luoghi del nostro territorio e della nostra quotidianità che improvvisamente scopriamo avere ben più di una storia da raccontare.

Storie che emergono in forza dalle prime pagine dei giornali di queste settimane come il ritrovamento, in un giardino di Guanzate, del corpo di Ernesto Albanese, un trentatreenne di cui non si avevano notizie dal marzo scorso. Storie prima inspiegabili ma che oggi trovano una valida ricostruzione, come il fatto avvenuto pochi giorni prima della scomparsa dello stesso Albanese, quando un uomo si introdusse in un’abitazione di Cadorago ed esplose dei colpi di arma da fuoco all’interno: oggi gli inquirenti possono affermare che si trattava di un intimidazione diretta proprio all’uomo che sarebbe scomparso di li a pochi giorni, solo che l’esecutore sbagliò clamorosamente abitazione. Storie le cronache avevano restituito solo come fatti tragici e pittoreschi: come il ritrovamento nel 2009 del corpo di Antonio Tedesco, seppellito in un maneggio a Bregnano, o l’esecuzione del boss Carmelo Novella, avvenuto l’anno prima a San Vittore Olona (VA) in pieno giorno, ai tavolini all’aperto di un bar. Oppure storie sottovalutate e finite negli angoli delle cronache: singoli fatti che non era possibile ricollegare tra loro ma che ponevano ben più di una domanda o di un dubbio. La storia degli ultimi anni di un paese come Fino Mornasco è costellata di episodi di questo tipo: le minacce di morte al sindaco e ad esponenti della giunta, incendi dolosi ad attività commerciali, danni intenzionali a veicoli ed automezzi.

Tutto questo sta accadendo con una frequenza preoccupante che non possiamo permetterci più di non voler vedere come a lungo si è fatto nel passato fino a tempi molto recenti. Non serve tornare indietro di molto per trovare politici locali e regionali che perentoriamente dichiaravano che la mafia non era un problema lombardo: un mix di indifferenza, orgoglio e ignoranza ci ha fatto a lungo credere di essere al sicuro. I giornalisti Paolo Moretti e Francesco de Filippo, autori del libro “Mafia Padana” hanno descritto questa illusione nei termini di un’immaginaria linea di demarcazione tra il Nord, produttivo, laborioso e buono, e il Sud, malavitoso, approfittatore e cattivo. Era nient’altro che un’illusione come testimonia una lunga bibliografia di ricerche, studi e saggi sull’argomento, inferiore solo al numero delle indagini che negli anni hanno cercato di fare luce giudiziale su questo mondo sommerso: Fiori nella notte di san Vito, Duomo Connection, Star Wars, Wall Street, Countdown, Crimine, fino ad arrivare ad Infinito, la maxi-operazione che nel 2010 ha consentito di ricostruire molte delle ramificazioni delle attività malavitose nelle provincie lombarde, Como inclusa. Ramificazioni che andavano ben oltre gli affiliati a questa o quella famiglia mafiosa ma che erano in grado di legare a sé aziende e imprenditori fino a quel momento sani e senza alcuna collusione apparente. E’ per questi rapporti opachi che alla sbarra è finito l’imprenditore Ivano Perego e il suo impero fatto di cantieri, opere pubbliche e appalti pubblici governato con meccanismi di spiccata matrice mafiosa: intimidazioni ai subappaltatori, tangenti ai politici, accordi fuori dal mercato, smaltimenti illeciti di rifiuti tossici come l’amianto confidando sulla collaborazione degli uomini di fiducia delle cosche.

Ma dal quadro che emerge degli episodi delle scorse settimane si può vedere come i problemi non si fermino solo a quello più tipico di ordine pubblico, cioè quello legato all’effettiva presenza di organizzazioni criminali strutturate nei territori delle nostre province. Poco più di un anno fa ben tre attività commerciali legate alla cura del verde subirono incendi dolosi nel giro di una decina di giorni a Vertemate, Lomazzo e addirittura il centro di Como. Nessun indizio ha potuto stabilire collegamenti tra gli episodi ma con forza si fa largo il dubbio. “E’ come se un intero territorio cominciasse a fare propri i metodi e ad assimilare le logiche malavitose” dice Tommaso Marelli, referente di Como dell’associazione Libera, “preferendo i regolamenti di conti, l’intimidazione e la violenza al rispetto delle regole e alla legalità. Il problema va ben oltre alle indagini o alla repressione dei fenomeni criminali, compito che viene svolto tra mille difficoltà da Magistratura e Forze dell’Ordine, ma diventa soprattutto culturale, di promozione della legalità e delle logiche di corresponsabilità, come ripete sempre don Luigi Ciotti. Solo una società matura e consapevole dei propri limiti e delle proprie possibilità può rendersi protagonista di ogni cambiamento senza delegare ad altri, ma ciascuno chiamato a fare la propria parte. Un percorso certamente lento, che passa da una cittadinanza consapevole, dal rifiuto di ogni superficialità, dall’approfondimento e dall’informazione, e che soprattutto deve cominciare dai giovani e dagli studenti magari portando nelle scuole percorsi di educazione alla responsabilità”.

Sono gli stessi fatti che ci dicono che questa è la sola, stretta, strada percorribile per evitare che un’intero territorio economico e sociale si pieghi a queste logiche. E il primo passo utile è quello di esercitarsi in una informazione consapevole e approfondita, che scavi il più possibile sotto gli episodi inquietanti a cui capita di assistere, un’informazione coscienziosa e intelligente che sappia portare alla luce non solo lo scoop o l’effetto sensazionalistico del singolo evento ma che dia conto delle connessioni, delle analogie, delle similitudini e aiuti i cittadini a mettersi nella prospettiva più corretta da cui guardare le cose.

(*) Pubblicato su Il Settimanale della Diocesi di Como – 18 ottobre 2014

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