De Magistris e quel confine da non varcare


Fa veramente male quando ti ritrovi improvvisamente “dall’altra parte” di una vita passata al servizio della legge e delle sue regole. Ma anche in quello sciagurato caso bisognerebbe continuare a rispettarle con la medesima fiducia che la verità, alla fine, premierà sempre: a prescindere da quanto faccia male umanamente. Altrimenti si finisce con il comportarsi nella stessa identica maniera che si è stigmatizzata per anni e anni. E chi si è sempre comportato da furbo, ringrazia.

Luigi de Magistris, comprensibilmente scosso dalla condanna per abuso d’ufficio, non sembra essersi reso di stare varcando un confine pericoloso che rischia, a colpi di interviste e dichiarazioni assurde, di mandare all’aria una vita di impegno e credibilità personale.Perchè non puoi passare una vita al servizio della legge e del suo rispetto e di colpo urlare le stesse cose che altri urlavano contro di te. Usare le stesse parole, ricorrere a termini con significati ben precisi, ricorrere agli stessi ragionamenti mentali che i tuoi indagati usavano contro di te, fino ad arrivare al limite dell’insulto e del coinvolgimento di altre persone.

La delusione, la rabbia e lo scoramento sono sentimenti umani e meritano tutto il rispetto. Ma in questo caso si sta mettendo in dubbio, direttamente, la rispettabilità della magistratura e l’autorità delle decisioni prese.

Nessun problema se a pronunciare certe frasi è un Berlusconi o un qualunque altro personaggio appartenente alla medesima sfera ideale, quella che per vent’anni ha inteso la legge come buona e valida solo quando assecondava le proprie scelte. Ma tutto cambia se a pronunciarle è una persona che per diversi anni ha svolto il ruolo di magistrato, oltretutto in un modo tanto forte e fermo da non fermarsi nemmeno quando le inchieste cominciavano a scavare negli intrecci del potere politico.

Forse è proprio stato qui l’inizio della fine per il giudice De Magistris, se è vero che da quel momento in poi le inchieste disciplinari si sono fatte tanto pressanti da costringerlo a dimettersi. Ma mettersi ad urlare che “i giudici devono vergognarsi e dimettersi” o che il responsabile di tutta questa storia è Nicola Mancino, sembra piuttosto la vittoria dei suoi detrattori, quelli che “la legge è bella fino a che mi serve”, quelli che “non mi dimetto perché sono garantista fino al terzo grado”, quelli delle “toghe rosse” e quelli che “le sentenze sono politicizzate”: l’uomo che da giudice era implacabile contro i politici che invocavano la persecuzione contro di loro, oggi si dice a sua volta perseguitato. Insomma la negazione di tutto quello che dovrebbe essere la vita di un servitore della legge.

Perché in ballo, adesso, c’è anche l’applicazione di una legge, quella voluta dall’ex ministro Severino, che a rigore di norma stabilirebbe la decadenza per il sindaco di Napoli. Anche in questo caso vi è un curioso ribaltamento: il giudice che lottava per il rispetto della legge cede il passo al conoscitore dei cavilli che si affretta ad avvisare che la legge Severino non può applicarsi nel suo caso perché “la norma è stata approvata mentre il processo era in corso“.

Si è trattato di una ingiustizia, è vittima di “poteri forti”, c’è davvero qualcuno che tramite questa vicenda sta cercando di “mettere le mani sulla città”? non lo so e da un certo punto di vista non è neppure il tema principale. La strada corretta (anche se indubbiamente dolorosa) dovrebbe essere quella del rispetto della sentenza e di onorevoli dimissioni, sulla scia di tanti altri prima di lui, come ad esempio Vasco Errani, dimessosi da Presidente della Regione Emilia Romagna a seguito di una condanna ad un anno per “falso ideologico” (se vogliamo, un’accusa ancora più fumosa di quella mossa a De Magistris).

Rimarrà invece un grande dispiacere come ha ben detto Raffaele Cantone:

Gli auguro di poter dimostrare nel prosieguo tutta la sua innocenza, ma mi dispiace sentire quelle parole da lui. Pensavamo di esserci buttati un po’ dietro questa logica dell’attacco e dei complotti giudaico-massonici, soprattutto quando vengono dalla magistratura. Le sentenze non condivisibili vanno appellate, ma vanno rispettate”.

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