Lady PESC: un prestigioso riconoscimento?


Passata la sbornia per la nomina di Federica Mogherini al ruolo di “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” e smaltita la soddisfazione per quella che è indiscutibilmente un obiettivo raggiunto di Matteo Renzi (dal primo minuto ha martellato su questo obiettivo e lo ha ottenuto!) si può cominciare a ragionare a mente lucida sulla portata reale di quanto ottenuto e se si tratti di una vittoria oppure no.

Si è parlato di un ruolo prestigioso quale riconoscimento per l’Italia. Su questa affermazione ci sarebbe da discutere un poco. Se di per sé il ruolo è prestigioso non si può negare che si tratti di una nomina politica la quale risponde all’esigenza di bilanciare le diverse componenti politiche in seno alla futura Commissione Europea sulla base degli equilibri delle forze rappresentate: un Alto Rappresentante targato PSE, chiamato a ricoprire il ruolo di vicepresidente di una Commissione Europea targata PPE è quanto si è già visto con Catherine Ashton durante i due mandati di Manuel Barroso. Una divisione di poltrone su base politica, e nulla di più.

Riguardo al “prestigio” del ruolo in questione, poi, bisognerebbe ragionarci sopra un po’. Se la figura dell’Alto Rappresentante realizza la possibilità di avere un interlocutore unico che esprima la posizione dell’intero continente in tema di politica estera – per dirla con le parole di Kissinger: “avere un numero di telefono da chiamare” – non si può certo dire che durante il mandato di Catherine Ashton le cose siano andate nel verso giusto. Basti pensare ad un qualunque evento di politica internazionale che riguardi i dintorni dell’Europa –  dalla deposizione di Gheddafi in Libia, alla primavera araba, alle crisi in Siria e Ucraina – per rendersi conto di quanto sia difficile per l’Europa esprimersi con una voce compatta e univoca. Bisogna risalire al mandato di Javier Solana – uomo che univa indubbie capacità relazionali e carisma diplomatico all’entusiasmo dovuto ai primi passi di una UE nata qualche anno prima –  per trovare pallide traccie concrete di una “politica estera dell’unione”. E questo per un motivo essenziale: la politica estera, a differenza di altri settori (come l’economia) rimane ancora saldamente nelle mani dei singoli Stati membri che la esercitano con libertà e discrezione. A Stefania Mogherini, quindi,  spetta un compito impegnativo, quasi sovrumano, e delicato: quello di dare reale prestigio e spessore a un ruolo che sinora o è stato troppo spesso formale o è stato svolto da persone non all’altezza o che non erano nelle condizioni di svolgerlo con il dovuto entusiasmo.

Sarebbe poi da farsi un terzo ragionamento, quello che concerne la reale portata della “vittoria” dell’Italia nel vedersi assegnato il ruolo dei Alto Rappresentante. Perchè se la politica estera dell’Unione è importante non si può proprio dire che, nell’ottica italiana, costituisca una priorità. E’ una visione forse egoista ma, anche alla luce delle incessanti polemiche su rigore o elasticità nelle regole finanziarie imposte dall’Europa, sicuramente si sarebbe potuta fare una battaglia politica per vederci assegnata qualche altra poltrona nella prossima Commissione. E se gli “affari economici e monetari” (nella scorsa Commissione era Olli Rehn) saranno assegnati con tutta probabilità ad una figura vicina al presidente Junker, valeva la pena puntare a qualche posto più contiguo agli interessi (e ai problemi) attuali dell’Italia: che sia la “concorrenza” (che è stata di Joaquin Almunia), o il “mercato interno”, o gli “affari interni” (attualmente di Cecilia Malmstrom, commissario fondamentale per affrontare i problemi legati al sistema attuale di accoglienza dei rifugiati) o lo “sviluppo” o anche l'”agricoltura” (questi ultimi due ambiti nei quali l’Italia è decisamente ferma al palo con gravi ripercussioni sulla situazione globale della nostra economia). In tutta onestà, se questi ruoli verranno assegnati a figure in piena continuità con la linea rigorista che sinora l’Europa ha mantenuto, difficilmente si potranno avere, nel prossimo futuro, delle ricadute benefiche per alleviare parte dei gravi problemi, economici ma non solo, che attanagliano l’Italia.

L’unica cosa da fare, in definitiva, è aspettare di conoscere la composizione della prossima Commissione Europea: solo allora potremo dire se questa nomina è una “grande vittoria” oppure, scusate la durezza, si è trattato solo di un contentino per zittire un interlocutore scomodo come l’Italia e al tempo stesso liberarsi di un ruolo, per quanto “prestigioso”, decisamente spinoso.

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