Il paradosso di Bisignani


L’oretta e mezza di presentazione del libro di Luigi Bisignani (invitato a presentare il suo ultimo romanzo “il Direttore” nell’ambito di Parolario, rassegna che così conferma una consolidata esperienza) è un mix di aneddoti, giudizi sulla realtà politica, nostalgia della buona vecchia prima repubblica, previsioni sul futuro immediato dell’Italia. Non una domanda, al massimo qualche accenno molto velato, sul perchè il nome di Luigi Bisignani ricorra con un’insolita frequenza nelle inchieste che sondano i rapporti opachi tra politica, impresa e finanza (l’ultima delle quali lo ha posto agli arresti domiciliari solo pochi mesi fa), né sulle vecchie accuse di appartenenza alla P2, né sul perché alcune persone del calibro di Silvio Berlusconi o Gianni Letta lo abbiano a più riprese definito “l’uomo più potente d’Italia” o come colui al quale qualunque potente (o aspirante tale) nostrano si rivolgeva per avere contatti, raccomandazioni, suggerimenti, dritte.

Il pubblico preferisce di gran lunga sentir raccontare di quella volta che Andreotti andò a colazione da Giovanni Paolo II, o quella volta che, giovane giornalista ambizioso, diede prima di tutti la notizia della morte di Paolo VI. Nemmeno i due giornalisti (rispettivamente un direttore e un caporedattore) che lo intervistano appaiono interessati agli aspetti più oscuri di una figura che nessuno conosceva ma che tutti frequentavano nell’Italia che conta degli ultimi 30 anni (“Ministri, onorevoli e boiardi di Stato fanno la fila nel suo ufficio per chiedergli consigli, disegnare strategie e discutere di affari” si legge nella quarta di copertina di un suo libro).

Un’unica concessione in apertura: “lei che ha tenuto a lungo in mano il potere, che definizione può dare del potere?. La risposta sembra pronunciata da una versione nostrana di Frank Underwood, quello che nella versione televisiva (ma non più di tanto) di Whashington in House of Cards si presenta come “quello che pulisce le tubature in modo che il liquame continui a scorrere“. E il nostro invece come si definisce? Faccendiere? per carità, che brutta parola! L’intervistato preferisce la definizione coniata da un amico cardinale: “una persona che stimola le coscienze”. Ma tradotto cosa vorrebbe dire? Presentare persone ad altre persone…, agevolare incontri tra interessi…., fare in modo che si creino le condizioni in cui…insomma: muovere le cose in un Paese immobile. Immobile per i troppi piccoli poteri che si combattono a vicenda, immobile per una classe politica incapace di guarda oltre i propri piccoli interessi, immobile per l’assenza di un vero leader, immobile per la scomparsa di banche e industrie capaci di essere punti di forza: questa è la sua visione e la sua denuncia. Dato che è tutto immobile, ecco che intervengono le persone come lui: per “stimolare le coscienze” appunto.

Ma se esistono i Bisignani che “stimolano” allora perchè un Paese dovrebbe sforzarsi di trovare le soluzioni per essere meno immobile? A che serve pensare alle riforme da fare, o alle soluzioni contro la corruzione, o alle strade per far emergere il merito, o ai modi per arginare la fuga di cervelli all’estero se poi si può risolvere tutto con la telefonata alla persona giusta, a quello che ti risolve un problema, ti presenta una persona, ti mette una buona parola. Mi pare un paradosso: vuoi vedere che sono proprio i vari Bisignani italiani il motivo per cui il Paese è immobile e incapace di migliorarsi?

Vorrei chiedergli che cosa ne pensa di questo paradosso, ma poi lascio perdere. Avrebbe sicuramente una risposta pronta e inoppugnabile. Mi direbbe che nell’incontrare persone non c’è nulla di male, che il pessimismo è una malattia italiana, che chi vuole fare bene deve solo rimboccarsi le maniche, che da certi incontri possono nascere straordinarie opportunità che altrimenti andrebbero perse.

Magari come quell’incontro che suo figlio Renato, appena 27enne ha avuto con Stefano Domenicali, direttore sportivo della Ferrari, un incontro venuto talmente bene da uscirne con la nomina a capo ufficio stampa dell’azienda di Luca Cordero di Montezemolo, amico di famiglia fin dai tempi di Italia ’90.

Chissà se anche il giovane Renato pensa che l’Italia sia un Paese senza opportunità.

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