Altro che polemiche: il calcio (e l’Italia) si meritano Tavecchio


Ammetto che la mia scarsissima passione per il calcio mi ha fatto scoprire la figura di Carlo Tavecchio solo quando era ormai troppo tardi, ossia quando l’eco delle frasi inopportune da lui pronunciate ha cominciato a fare il giro dei media. Ho visto il video di quell’intervento e ho provato a rispondere alla scontata domanda “chi è Tavecchio?”. E mi sono risposto che probabilmente non ci esiste persona migliore per garantire lo stato di cose del calcio italiano.

Possiamo continuare a piangere sui problemi irrisolti e irrisolvibili del calcio nostrano, dal razzismo dilagante, alla scarsità dei vivai delle squadre, alle cifre sproporzionate e sregolate del mercato, ma se poi alla fine gli unici che, per le norme esistenti, possono cambiare le regole del gioco sono gli stessi che garantiscono questo stato di fatto, allora è chiaro che di cambiamenti all’orizzonte non se ne vedranno per molto tempo. Chiariamo subito una cosa: Tavecchio non è razzista, e la frase tanto contestata non è peggiore di tante altre di quelle che vengono amplificate dai media. Il suo discorso all’assemblea della FIGC è il distillato di un’ora e mezza delle peggiori chiacchiere calcistiche da bar. In un paese noto per avere 56 milioni di commissari tecnici e dove la gazzetta è di gran lunga il quotidiano più letto in assoluto, basta entrare in un bar qualunque la mattina dopo una giornata di campionato per sentire più o meno le stesse cose: complimenti a questo presidente, critiche a quell’allenatore (secondo il criterio del tifo o della simpatia), soluzioni grossolane a problemi seri, i soliti rimandi all’erba del vicino che è sempre più verde (ah, come fanno bene le cose in Inghilterra) e immancabile la battuta a sfondo razzista. Non cattiva, per carità, ma immotivata, grossolana e ridicola proprio come succede in uno qualunque dei bar della penisola, dove, tra un cornetto e un cappuccino, immancabile arriva l’analisi “eh, ci sono troppi stranieri da noi”. Chiacchiere qualunquiste, appunto, che sono la migliore garanzia per sviare ogni possibile analisi seria su di un problema: esattamente come, sempre in quel bar, sarà impossibile convincere un tifoso dell’inesistenza di un rigore assegnato o della fondatezza di un cartellino rosso subito dai propri beniamini. La caciara è la migliore garanzia che tutto rimanga come è adesso. Non a caso la candidatura di Tavecchio viene supportata da 18 su 20 squadre di serie A , nonchè dai vertici di tutte le leghe, mentre non incontra i favori di allenatori e calciatori, che appoggiano invece Demetrio Albertini. Un po’ come dire: da una parte chi conosce il calcio e i suoi problemi, dall’altra chi ne trae i maggiori profitti e si è sempre adoperato per garantirseli. E se il voto di quest’ultimi è preponderante, difficilmente il prossimo agosto, quando si deciderà il nome del successore di Abete, l’esito verrà in qualche modo cambiato anche dalle proteste di queste ore.

Ma c’è un altro aspetto che merita di essere approfondito: e cioè chi è Carlo Tavecchio.
I dubbi avanzati da più parti circa la sua candidatura riguardano per lo più la sua età avanzata, di per sé elemento non favorevole a cambiamenti radicali. Tutti però non discutono la profonda esperienza negli ambienti dirigenziali sportivi: 15 anni come dirigente di una società dilettantistica e poi una lunga ed inesorabile scalata nei vertici delle leghe calcistiche italiane fino ad arrivare alla presidenza della Lega Nazionale Dilettanti. Ma non solo. Nella sua vita è stato anche sindaco di Ponte Lambro per 4 mandati consecutivi e ha collezionato anche 5 condanne in altrettanti provvedimenti giudiziari.
4 mesi di reclusione nel 1970 (falsità in titolo di credito continuato), 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 (evasione fiscale e dell’Iva),3 mesi di reclusione nel 1996 (omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative), 3 mesi di reclusione nel 1998 (omissione o falsità in denunce obbligatorie), 3 mesi di reclusione nel 1998 (abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento). Se tornassimo sempre nel bar di prima sentiremo l’immancabile sentenza assolutoria “ma dai, non ha ammazzato nessuno!”. Certo si tratta di reati minori, ma che trasmettono l’immagine di una persona che non ha esitato ad ignorare le regole, ripetutamente e reiteratamente. Perchè un tale soggetto, a cui personalmente non affiderei nemmeno la custodia di un pacchetto di caramelle, continuasse imperterrito ad occupare e a guadagnare poltrone di potere nelle istituzioni calcistiche nazionali è il mistero continuo che circonda l’Italia: perchè mai nei posti nevralgici del nostro Paese si ritrovi un’incredibile concentrazione di uomini dal passato opaco, dai comportamenti ambigui, dai passati discutibili e dalle competenze ignote. E viene viene semmai il sospetto che queste figure vengano scelte proprio per questo loro curriculum “particolare”: dal calcio alla politica, dall’industria agli appalti pubblici.

Forse proprio per questo il prossimo presidente della FIGC sarà Carlo Tavecchio, degno erede dei Matarrese e dei Carraro che hanno guidato il nostro calcio e la migliore garanzia che tutto rimanga come è e come è sempre stato. Il calcio italiano e gli italiani, probabilmente, si meritano un presidente così.

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