Quale precariato?


Il dibattito intorno all’imminente riforma del mercato del lavoro è cristallizzato in due posizioni contrapposte. I sostenitori ne difendono lo scopo di creare una maggiore disponibilità di posti di lavoro, i detrattori contestano la centralità del lavoro a tempo determinato.

Personalmente, a giudicare dal testo licenziato dal Senato, credo che poco o nulla cambi rispetto alla situazione attuale: la maggiore facilità di licenziamento e l’introduzione di sanzioni (ma non di obblighi) per chi sfora il tetto del 20% di contratti a tempo determinato non saranno elementi che rivoluzioneranno il quadro complessivo del lavoro in Italia (a proposito qui una piccola riflessione molto corretta). Certamente qualcosa cambia ma per vederne la portata effettiva bisognerà aspettare almeno la versione definitiva del decreto e il successivo lavoro che dovrebbe portare, secondo le intenzioni del Governo, a riformare l’intera materia con un nuovo testo unico.

L’impressione però è che i due blocchi contrapposti difendano o attacchino questo provvedimento a partire da posizioni preconcette, limitate e, inevitabilmente, senza dare uno sguardo d’insieme alla materia, alle sue ricadute su chi è lavoratore (o disoccupato) oggi e chi lo sarà nelle prossime generazioni. Credo che sia in parte inevitabile: sia il Governo che i Sindacati devono ragionare (e destreggiarsi) nell’ottica di proposte legislative che riguardano sia i giovanissimi che ancora non cercano lavoro, sia i giovani che stanno entrando nel mondo del lavoro, sia i lavoratori che hanno cominciato la loro vita professionale con regole, condizioni e prospettive ben diverse dalle attuali.

Non si è precari solo perché si deve lavorare con contratti a termine o con modalità nuove rispetto al passato. La mia generazione e quella precedente sono state le prime a sentirsi ripetere fino alla nausea che il posto fisso era un miraggio che non potevamo più permetterci e lo abbiamo provato in prima persona crescendo tra offerte di stage e contratti ridicoli come una delle principali strade di ingresso nel lavoro e una tentacolare offerta formativa tanto vasta quanto, spesso, rindondante e vuota di utilità (con il risultato che in alcuni casi si deve scegliere tra lavorare senza formazione e il formarsi senza esperienza). Ma dall’altra parte le nostre generazioni sono state anche le prime a guardare alle eccezionali possibilità che il nostro tempo ci mette a disposizione. Penso ai programmi tipo Erasmus che hanno reso viaggi ed esperienze all’estero più facili e appetibili. Penso alle straordinarie potenzialità della tecnologia che ha cambiato radicalmente la circolazione delle informazioni, le possibilità di collaborazione e cambiato il modo di fare impresa dando maggiori possibilità di lanciarsi con progetti ed idee nuove. Credo di non esagerare se dico che le nostre generazioni hanno ormai accantonato l’idea del posto fisso, magari anche solo inconsciamente, già da tempo e hanno cominciato a guardare il lavoro con aspettative inevitabilmente diverse. Ecco che quindi il concetto di precarietà, per essere affrontato in modo serio, non può limitarsi solo alla tipologia di un contratto di lavoro, magari usando come parametro il contratto a tempo indeterminato.

Quello che mi piacerebbe sentire quindi è piuttosto uno sguardo di insieme e, quando si fanno proposte, controproposte, critiche e osservazioni sulla materia “lavoro” mi piacerebbe sapere non solo quante volte un contratto a tempo determinato potrà venire reiterato ma, così ad esempio, :

  • cosa si intende fare per creare un welfare capace di dare un giusto riconoscimento ad una vita lavorativa non più incentrata sul contratto indeterminato ma su una miriade di modalità contrattuali differenti?
  • cosa si intende fare per mettere una giovane coppia nelle condizioni di ottenere un mutuo indipendentemente dai contratti con cui lavorano?
  • cosa si intende fare per mettere un ragazzo o una ragazza nelle condizioni di ottenere un prestito indipendentemente dal contratto di lavoro?
  • cosa si intende fare per aprire l’accesso alle professioni rivedendo il ruolo (e i poteri, le regole, ma anche le liturgie e le prevaricazioni) degli ordini professionali?
  • cosa si intende fare per riconoscere un ragionevole sostegno parametrato sulle effettive esigenze delle famiglie (sposate o conviventi: perché questa è la realtà quotidiana) a seconda delle loro effettive condizioni di vita (es. sono decenni che si parla di quoziente familiare senza che se ne discuta seriamente)?

Solo dando una risposta a queste (e a tante altre) domande si riuscirà a parlare di precariato senza retorica e con la certezza, se non di risolvere definitivamente qualcosa, almeno di prendere coscienza del problema. Altrimenti si rimane nel campo di interventi limitati, marginali e, como troppo spesso accade, di facciata.

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