La dignità calpestata della pena rieducativa


Tra le tante, troppe, cialtronerie che ormai ci lasciamo scivolare addosso senza più battere ciglio ve ne è una che ho trovato particolarmente odiosa.
È l’atteggiamento di sufficienza e disgusto con cui i peones berlusconiani trattano il tema dei lavori di pubblica utilità a cui il loro leader potrebbe venire sottoposto tra qualche giorno.

Alcune sere fa, su Rainews24, una parlamentare FI, non saprei dire il nome, commentava che “non possiamo pretendere che una persona che ha fatto il Presidente del Consiglio, che ha rappresentato l’Italia in Europa e nel mondo, finisca a passare il suo tempo in qualche istituto sociale”. In questa affermazione, riproposta pressoché identica in queste settimane da tanti altri esponenti dello stesso partito, ci sta tutto il disprezzo per il rispetto delle regole e tutta l’ignoranza su cosa sia l’istituto dell’Affidamento in Prova ai Servizi Sociali

L’affidamento in prova al servizio sociale è una misura alternativa alla detenzione, prevista dall’art. 47 dell’ordinamento penitenziario (L. 354/1975). Prevede l’affidamento del condannato ad un servizio sociale fuori dal carcere, per un periodo corrispondente alla pena da scontare. La misura può essere concessa soltanto in alcuni casi: ovvero ai condannati a pena detentiva non superiore a 3 anni e purché l’osservazione della personalità del soggetto dia esito positivo e convinca dunque degli effetti rieducativi che potrebbero conseguirne.

Effetti rieducativi, ecco dove sta il punto! Perché questa misura, insieme ai Lavori di Pubblica Utilità, sono tra i pochissimi strumenti che il nostro ordinamento ammette per poter adempiere a quanto scritto nella Costituzione: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, fargli capire l’errore commesso e, scontando la pena, avviarsi in un percorso di reinserimento nella società.

E’ odiosa tutta questa pantomima intorno al futuro di un 78enne condannato che non ha mai fatto mistero di non sopportare i dettami della legge e che ha sempre dato mandato ai propri legali di trovare ogni possibile cavillo per evitare la condanna. E’ odioso l’atteggiamento di “lesa maestà” con cui molti si riferiscono alle vicende del loro leader (“ma come? è il Presidente, non può venire condannato”) ed è odioso che nessun giornalista opponga loro una verità tanto scontata quanto stupida (qualcosa del tipo: “è stato condannato perché riconosciuto colpevole”). L’unica preoccupazione è quella che il “capo” possa ancora fare politica e comparire ai comizi o in televisione: sanno bene che senza questo “collante” la loro esperienza politica come partito (ma per molti, anche individuale) è destinata a sciogliersi come neve al sole.

Ma, soprattutto, questo atteggiamento di sufficienza calpesta la dignità di quelle migliaia di persone che in tutta Italia guardano alle misure alternative alla detenzione (in particolar modo affidamento in prova e LPU)  come ad una possibilità concreta per scontare la propria pena senza l’incubo di un’esperienza terribile e degradante come la carcerazione. Parliamo di uomini e donne che devono giustamente pagare il proprio conto con la giustizia ma che hanno compreso il proprio sbaglio e che, non senza fatiche e vergogne, accettano di fare un percorso per migliorarsi anche come individui. Se poi si vuole andare a vedere CHI siano questi uomini e queste donne si scoprirà che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone sacrificate in nome dell’odiosa convinzione che esistano “reati per ricchi” (evasione fiscale, falso in bilancio, corruzione, concussione, ecc.) da guardare con indulgenza, e “reati per poveri” (spaccio e consumo di droghe, clandestinità, furto, ecc.) da reprimere con severità: una strana concezione di giustizia la cui paternità è chiara sin dal nome di queste leggi (“Fini-Giovanardi”, “Bossi-Fini”, “Cirielli”, ecc. ).

Ecco che cosa mi fa rabbia di questa vicenda ed ecco perché ritengo che Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale, non meriti di godere dell’affidamento in prova. Ma fortunatamente non spetta a me questa decisione.

 

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