Ma a cosa serve una legge elettorale?


Mentre tutti si trasformano improvvisamente in dotti esperti dei complessi meccanismi elettorali, io confesso di brancolare nel buio: non ho sinceramente idea se sia meglio il maggioritario o il proporzionale, il doppio turno uninominale o quello con scappellamento a sinistra. Pero di una cosa sono assolutamente certo: che questa legge elettorale che ha appena passato il primo voto alla Camera, molto difficilmente darà risposte utili per l’Italia di oggi, per la semplice ragione che parte dalle domande sbagliate.

Una legge non è mai qualcosa di immobile e di immodificabile, ma piuttosto una conseguenza di un determinato modo di essere della società in un determinato momento o, se si preferisce, una risposta ad una particolare esigenza. Anche la legge elettorale non si sottrae a questa logica e se vi è la necessita di cambiarla – e, a detta di chi scrive, questa necessità c’è ed è urgente – è perchè quella attuale non è in grado di dare una risposta ad una esigenza o più esigenze.
Ma quali sono queste esigenze?
Ecco il punto della questione. Si fa un gran parlare di governabilità e di stabilità.
Però, mi viene ad obiettare, mi pare che in nome proprio della stabilità siamo già riusciti a legittimare tutto e il contrario di tutto, dal governo tecnico, al governo delle larghe intese a cui si è approdati nuovamente dopo la solenne promessa di non cascarci più.
A me piace vederla in un’altra maniera, e cioè che la vera emergenza attuale sia quella piuttosto di ricucire lo strappo che separa i cittadini dalle proprie istituzioni. Se negli ultimi anni è stata martellante la campagna contro la “casta” della politica e contro il “parlamento dei nominati” è forse perché i cittadini hanno una percezione di questo fenomeno molto più radicata di quanto la classe politica sia disposta a riconoscere.
È anche il motivo che sta alla base delle reazioni feroci contro alcuni particolari provvedimenti sono stati presi da una categoria di persone che vengono percepite dai cittadini come dei privilegiati intoccabili scelti con meccanismi sui quali i cittadini non hanno alcun potere. Un cittadino che va a votare, oggi, non solo è sempre più solo (mentre l’astensionismo di rafforza) ma si sente frustrato nell’esercizio di un potere che gli era stato praticamente tolto, quello di votare un proprio candidato: questo era il nodo cruciale del Porcellum, questo era il problema che la classe politica aveva il compito di rimuovere!
La legge che il Parlamento sta approvando non pare dare risposta concreta a queste esigenze.

  • Consente le candidature multiple, grazie alle quali un politico può candidarsi contemporaneamente fino ad 8 circoscrizioni elettorali anche se potrà venire eletto solo in una, lasciando il posto quindi al nominativo che lo segue in lista;
  • Regala un premio di maggioranza spropositato alla coalizione o partito che non arriva nemmeno al 40% ma al contempo non risolve nemmeno il problema delle “liste civetta“, in quanto introduce una serie di “eccezioni” (a cominciare dalla norma “salva-lega”, non approvata ma che verrà sicuramente riproposta al Senato) per specifiche situazioni locali, con buona pace del calcolo nazionale dei voti.

Invece è sparita completamente la questione delle preferenze, abbandonata in nome di un accordo squisitamente politico: a mio modo di vedere si tratta dell’aspetto peggiore di tutta questa legge e il fatto che il Partito Democratico non abbia nemmeno provato a metterle sul tavolo della trattativa politica, mi lascia molto deluso.

Perché le preferenze sarebbero state il modo migliore di rompere quella sensazione di avere istituzioni blindate ed eteroselezionate, sarebbero state il modo più efficace per ridare centralità al voto del cittadino e restituire senso al gesto di andare a votare.
Non possiamo ignorare che a fianco dell’esigenza di stabilità e di governabilità vi è il grave problema di rieducare di rieducare una cittadinanza stanca e delusa all’esercizio maturo e consapevole dei propri diritti, a cominciare dal contrasto all’astensionismo attraverso il restituire senso al voto.
Molti non sono d’accordo con le preferenze: troppe volte la politica si è servita di questo strumento per incanalare consenso costituendo vere e proprie clientele politiche e potentati locali, senza contare gli episodi di voto di scambio avvenuti anche nelle elezioni regionali lombarde. Certo i pericoli ci sono ma è difficile sostenere che si presentino solo se si usano le preferenze: il rischio di corruzione e clientele c’è sempre e comunque, a maggior ragione dopo la mancata approvazione di ogni emendamento sul conflitto di interessi.

Ma in campo non c’è solo il valore della stabilità e della governabilità da difendere, ma anche quello di avere una cittadinanza matura e consapevole e sono assolutamente convinto che sarebbe stata molto più educativa la “fatica” di dover scrivere un nome e un cognome, piuttosto che mettere una semplice X e lasciare tutto in mano a liste di nomi precompilati. Ritengo che nelle preferenze poteva starci il corretto bilanciamento di tutte queste esigenze: riportare gli elettori ad interessarsi dei candidati, reintrodurre una sfida sui territori nelle campagne elettorali, dare maggiori possibilità (grazie ai collegi più piccoli) a candidati di “secondo piano” di poter giocarsi la propria partita.

Era quella delle preferenze la partita da giocarsi per provare a ricucire in parte lo strappo tra elettori ed eletti, tra cittadinanza e politica; una battaglia molto più importante di quella fatta, con toni oltretutto discutibili, sulle quote rosa, sulle quali ho un giudizio assolutamente negativo (e, a quanto pare, non sono il solo).

Il primo passaggio alla Camera dei Deputati ha licenziato un testo che, quindi, fa acqua da tutte le parti, non risolve i problemi di cui dovrebbe occuparsi ma probabilmente li peggiorerà e, ciliegina sulla torta, dovrà ancora essere approvata da quel Senato che si continua a bollare come inutile e dannoso. Stiamo a vedere, sarò bel lieto di vedere le mie preoccupazioni smentite.

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