Il voto di fiducia: un rito stanco e vuoto


Ancora una volta, in Italia, si cambia Governo: un nuovo Presidente incaricato, una nuova tornata di consultazioni, una nuova squadra di ministri e, come legge vuole, un nuovo voto di fiducia davanti alle Camere. Il voto di fiducia, da parte di entrambe le Camere, è necessario affinché un nuovo governo possa insediarsi ed iniziare ad operare, come stabilito dall’art. 94 della Costituzione: entro dieci giorni dalla sua formazione, il Governo deve presentarsi alle Camere per il voto di fiducia, che viene espresso tramite mozione motivata e votata a scrutinio palese per appello nominale. Per il nuovo governo Renzi il rito del voto di fiducia si è consumato una settimana fa, tra lunedì 24 e martedì 25 febbraio con due discussioni-fiume a cui è seguito un voto: alla Camera il voto si è concluso verso le 21 di sera (dopo quasi 12 ore di discussione, al Senato alle 2 di notte). Ma come si svolge concretamente? E soprattutto: serve davvero a qualcosa, così come è strutturato oggi?

In pratica, e in estrema sintesi, funziona così. Ad un orario stabilito dall’ufficio di presidenza, il Presidente del consiglio incaricato si presenta a ciascuna delle due camere per il suo discorso programmatico (che se scritto può essere consegnato poi alla seconda Camera prima di presentarsi) sul quale chiede la fiducia. Successivamente i parlamentari possono iscriversi a parlare per un massimo di 10 minuti di intervento (art. 89 Regolamento del Senato). A tutti questi interventi il Presidente del Consiglio risponde con una replica. Seguono poi le dichiarazioni di voto: un rappresentante per ciascun gruppo parlamentare per 10 minuti (art.109 Regolamento del Senato), diritto riconosciuto anche a quanti scelgono di votare in senso contrario a quanto espresso dal proprio gruppo di appartenenza. Segue infine il voto nel quale ogni parlamentare è chiamato personalmente ad esprimere, passando davanti al banco della presidenza, il proprio voto favorevole o contrario; per terminare questa procedura, solitamente servono almeno 2 chiamate di tutto l’elenco dei parlamentari in ordine alfabetico, partendo da una lettera estratta a caso. Ma tutto questo ha un senso oppure è una liturgia che ha perso ormai significato? Vediamo che cosa è successo lunedì scorso in Senato.

Innanzitutto, se la Camera dei Deputati è stata convocata alle 10 del mattino di martedì, il Senato ha cominciato la sua seduta alle ore 15, per consentire l’inizio della discussione alle 17 (in ritardo di un’ora rispetto al cronoprogramma): perchè non si è cominciato alla mattina stessa?

In secondo luogo ci sono stati 51 Senatori iscritti a parlare: tutti che hanno usato ampiamente il tempo a loro disposizione per intervenire. Nulla di sbagliato, per carità, ma a che serve in estrema sintesi tutta questa vis polemica? In effetti a ben poco. Gli interventi si potrebbero classificare in macro categorie: interventi a favore del Presidente incaricato e interventi contrari al Presidente incaricato. Ma nella prassi parlamentare italiana abbiamo (purtroppo) anche altre classificazioni.

La categoria senza dubbio principale è quella dei “siamo d’accordo/non siamo d’accordo ma non hai detto questa cosa“. In particolare:

  • I parlamentari del sud si lamenteranno o meno in base al numero di volte in cui il Presidente incaricato avrà pronunciato le parole “sud”, “meridione”, “questione meridionale” nel suo discorso.
  • I parlamentari leghisti si lamenteranno o meno in base al numero di volte in cui il Presidente incaricato avrà pronunciato le parole “nord”, “nord Est”, “questione settentrionale” nel suo discorso.
  • I parlamentari delle autonomie si lamenteranno o meno in base al numero di volte in cui il Presidente incaricato avrà pronunciato le parole “regioni a statuto speciale” e “provincie autonome” nel suo discorso.
  • I parlamentari delle minoranze linguistiche si lamenteranno o meno in base al numero di volte in cui il Presidente incaricato avrà pronunciato le parole “minoranze linguistiche”, “francofono”, “tedescofono” nel suo discorso.

Poi ci sono i polemisti ad oltranza: contro Renzi hanno preso parola 9 Senatori di Forza Italia, 3 della Lega nord, 3 di Sel, e 9 del Movimento 5 Stelle. Stessa cosa, poi, vale per i discorsi a favore: ben 11 esponenti del Pd, 2 del Nuovo centrodestra, e 5 di Scelta civica. Ma, mi domando, quando già 1 ha espresso la tua contrarietà o meno alla fiducia, a che serve il discorso degli altri? A che serve snocciolare ripetutamente le proprie ragioni, sempre quelle e immutabili?

Nella teoria avrebbe un senso: il Presidente incaricato si presenta alle camere a chiedere alla Fiducia. Senatori e Deputati ascoltano il suo discorso prima di prendere una decisione, si lasceranno convincere oppure formuleranno osservazioni e critiche per poi “lasciarsi convincere” dalle repliche del Presidente incaricato.

Ma oggi la prassi è ben diversa. Gli schieramenti sono già fatti e formati, il Presidente incaricato sa bene su quali numeri potrà fare affidamento, la maggioranza farà quadrato attorno al nuovo governo, le opposizioni non faranno sconti ne aperture di credito. Se avete avuto modo di seguire il dibattito al Senato la situazione è pressoché questa. I partiti della nuova maggioranza prendevano parola solo per rivendicare la propria posizione all’interno della coalizione, magari sottolineando la continuità con il recente passato mentre le opposizioni, critiche sul metodo e sui contenuti, promettevano battaglia su tutta la linea. Esemplare la posizione di Lega e M5S: interventi verbalmente violenti e strafottenti, in una gara verso il trash dialettico, quasi che lo scopo fosse sfottere o ridicolizzare il Governo che andava a formarsi.

A cosa è servito tutto questo se non a celebrare un rito formale e a perdere di fatto 2 giorni di tempo? Un rito importante (dare la fiducia parlamentare al governo) ma vuoto di senso nei suoi momenti collaterali (discorso programmatico, discussione, replica, dichiarazioni di voto). Stante così la situazione non si sarebbe fatto molto più in fretta procedendo direttamente alle dichiarazioni di voto?

Dico questo anche alla luce di un dibattito molto acceso sulle famose “riforme istituzionali” di cui tanto si parla e mi domando se, ad esempio, prima di calare l’accetta un po’ alla cieca sul nostro Bicameralismo non sarebbe meglio prima mettere mano ad una seria valutazione delle procedure già esistenti che tante volte somigliano piuttosto a delle liturgie arcaiche vuote ed inutili.

PS. Dell’intero dibattito sulla fiducia al governo Renzi salvo due soli interventi: quello di Giovanni Monchiero (Scelta civica) sulla necessità di un cambiamento nel modo di fare le leggi nel nostro Paese e quello di Claudio Fava (SeL) su mafia e corruzione, sue argomenti quasi totalmente ignorati dal dibattito generale.

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