Due o tre cose su stile, coerenza e senso


Mi scuso sin d’ora per la lunghezza di questo post ma ho voluto provare a mettere in ordine un po’ di pensieri che mi sono venuti in queste confuse settimane politiche.
Pensieri riguardo a tante cose, la coerenza, lo stile, il metodo, l’opportunità: non il merito, perchè su questo, in politica, ognuno ha la sua opinione. Ma vediamo un po’:

1- Lo sdoganamento della balla (cit. Giglioli) – su #enricostaisereno è stata fatta abbastanza ironia mentre la pagina del libro di Renzi, nella quale l’autore giurava di non mirare ne alla segreteria del partito ne a Palazzo Chigi, ha cancellato il buon vecchio scripta manent.
Insomma si dà per scontato che la parola data conti meno di nulla. Certo, la politica è ben altro del mantenere una semplice promessa, ma in questo modo non si fa altro che avvallare la tesi che la classe politica sia composta da infami senza dignità.
2 – Lo scopo. Sostituirsi ad un governo per governare nelle stesse identiche condizioni, con la stessa maggioranza e tenendosi oltretutto gli stessi ministri di espressione politica più marcata, non ha alcuna giustificazione che vada oltre all’ambizione personale e ad un regolamento di conti post congresso PD. Con due ulteriori difficoltà per Renzi: avere un Berlusconi all’opposizione che lui stesso ha resuscitato, dandogli ancora una volta quel carisma di leader riconosciuto che nei mesi scorsi si era invece annebbiato, e dovere far fronte alle tensioni inevitabili di una compagine troppo eterogenea (nel settore economica dovranno convivere un cooperatore di sinistra, una imprenditrice di destra e un super tecnico del “poteri forti”: auguri!). E temo che a nulla serva il bagaglio di battute ad effetto, frasi fatte, sorrisini supponenti a cui siamo stati abituati in queste settimane, compreso quel “la ricreazione è finita” con cui Renzi ha ritenuto di inaugurare il proprio mandato o i tweet che oggi sono la nuova agenzia di stampa della politica.
3 – La coerenza. Renziani che di colpo vi siete scoperti fini costituzionalisti e pontificate sul fatto che in Italia non si vota il governo: risparmiate il fiato con simili ovvietà. Qui non si mette in dubbio la nostra repubblica parlamentare. Qui c’è semmai il peso da dare ad una campagna (quella delle primarie) fatta su temi quali “dopo letta torniamo a votare”, “basta giochetti, dobbiamo vincere alle urne” e via dicendo. Renzi ha mantenuto al suo posto quell’Alfano di cui a gennaio chiedeva l’allontanamento, ha proseguito quelle larghe intese che tanto aveva contestato quando si trattava di vincere le primarie, si è ritrovato a rispettare i “ricatti dei piccoli partiti” con cui ci aveva giurato di non voler più avere niente a che fare (persino l’UDC si vede riconosciuto un ministro) e infine pure la promessa “al massimo dieci ministri” si è disciolta con la stessa velocità con cui è stata perentoriamente pronunciata. Io sono convinto che lo si pagherà prima o poi questo atteggiamento perchè in un momento in cui la politica è percepita così distante dai cittadini, l’atteggiamento giusto (quel #sicambiaverso, appunto), sarebbe dovuto essere quello della trasparenza, della correttezza e della serietà, non solo un super attivismo che non guarda in faccia a nessuno, parola data compresa.
5 – La retorica del cambiamento e del merito. Cambiare, cambiare, per lasciare tutto come prima! Dal momento che tra governo Renzi e letta nulla cambia ( riguardo alla maggioranza parlamentare, alle condizioni, agli obiettivi da raggiungere) non si capisce perchè si sia scelto di cambiare l’intera squadra (sempre se non con la teoria del regolamento di conti interni e dell’ambizione personale, ovviamente). Se per alcuni ambiti si è avvertita la necessita di un cambiamento (es. l’economia) per altri era proprio necessario interrompere e stravolgere un lavoro iniziato nemmeno un anno fa? Penso all’ambiente o all’istruzione. Ma penso anche all’assurda scelta (per lo meno, per me lo è) di sostituire un bravo ministro come Massimo Bray, uno che, per intenderci, ha provato, pur senza adeguati finanziamenti, a creare posti di lavoro intorno alla cultura. E penso anche alla scelta, stavolta non assurda, ma scellerata, di sostituire Emma Bonino agli Esteri, l’unico ministero dove, oltre alle competenze, conta lo spessore, il carisma e l’abilità “sul campo” della figura stessa, tutte qualità che fanno di Emma Bonino una figura di spicco per le relazioni internazionali del nostro Paese. E da chi sono stati sostituiti? La seconda da una parlamentare, brava sicuramente, ma che esaurisce la propria esperienza praticamente nell’ambito del PD e del parlamento italiano. Il primo invece da Dario Franceschini: sul quale mi rifiuto per il momento di esprimere un giudizio. Questo governo inoltre non cambia verso nemmeno nella tradizione, tipica della peggiore politica italiana, di usare gli esponenti dei partiti come pedine intercambiabili pronte all’uso: come per i manager di Stato, dove chi ha sempre diretto le poste, il giorno dopo va ad occuparsi di elicotteri o di autostrade, abbiamo uno che si è occupato di “rapporti con il Parlamento” che va alla Cultura (Franceschini, sempre lui), e uno che si occupava di ambiente che finisce a gestire la delicata macchina della Giustizia, cosa che ha messo in seria difficoltà ministri che ci lavorano da una vita. Dove sia il merito, quella cosa tanto sbandierata, non è dato saperlo.
Ho trovato anche abbastanza stucchevoli le dichiarazioni dei neo ministri: “adesso cominciamo a lavorare”, “adesso si deve fare sul serio”, “adesso dobbiamo farci carico dei problemi del Paese” e via dicendo. Ma perchè fino ad oggi si giocava? Insomma, a cosa serve la continua delegittimazione di quanto avvenuto fino all’altro ieri? A me francamente pare solo una manifestazione di celodurismo, patetica quando viene pronunciata anche da ministri rinnovati.
Io credo che in una situazione politicamente precaria come questa, la continuità possa essere un valore: ogni cambio di ministro, piaccia o no, è come rinviare il lavoro da zero. E perché, allora, in un governo con i ministri ovviamente spartiti tra le forze politiche, tale continuità è stata data solo ai ministri Alfano, Lupi e Lorenzin? Altra prova a sostegno del fatto che alla base di questo governo ci sia solo la volontà di un regolamento di conti interno al PD.
6 – il PD. E – appunto – pure sul PD mi viene da fare qualche considerazione, uno schieramento che nasce dalla lunga tradizione di PC e DC, i partiti storici delle correnti interni e dei congressi tra mozioni. Non è necessariamente un male che di quella tradizione poco oggi rimane, ma questo non vuol dire che la nuova tendenza sia molto meglio: quella di saltare tutti sul carro del vincitore, e guai a chi rimane a terra. I peggiori critici del renzismo si sono trasformati nei più convinti sostenitori del nuovo Presidente del Consiglio, nel giro di una manciata di giorni. A livello nazionale e a cascata su quelli territoriali. Campione della specialità, ancora Dario Franceschini, che chiedeva la testa di Renzi pochi mesi fa. Ma lasciamo stare.
Comportamento degno di nota è stato pure quello di Cuperlo e Fassina, critici e polemici fino a quasi sbattere la porta (da presidente del partito, il primo, da sottosegretario, il secondo) contro l’ex sindaco di Firenze, ma mansueti come agnellini quando si tratta di votare: i loro interventi nella famosa direzione del partito non brillano certo per verve polemica. Salvo poi chiedere “una riflessione interna al partito”, come ha fatto Cuperlo venerdì mattina a SkyTG24, ma c’è da scommetterci che non faranno mancare il loro voto di fiducia. E come potrebbero? Votare contro un governo guidato dal segretario li porrebbe immediatamente al di fuori del partito, eventualità che il solo Civati sta concretamente accarezzando, perdendo tutto il “peso” che adesso possono vantare nelle opportune sedi. Personalmente questa era l’unica riforma che speravo arrivasse da Renzi segretario, quello di rompere gli equilibri di potere di nomenclature vecchie e perennemente resistenti, oltre i partiti, le sigle e i governi. Ma sono ancora li, più saldi che prima, con l’unico rischio concreto (quello di un crollo di consensi oltre ogni sopportabile) che non pare infastidirli. Tutti sul carro di Renzi per un posto interno o esterno al PD che possa tenerli a galla ancora fino al prossimo cambio delle carte, esponendosi quel tanto che basta per farsi un nome, ma senza sporcarsi le mani con scelte che li metterebbero subito dalla parte sbagliata. Così è stato con Veltroni, con Bersani e con il governo Letta. Sarà immune Renzi da queste influenze? Lo scopriremo solo vivendo, ma nel frattempo, con il segretario al Governo e il partito forse gestito da un reggente, difficilmente vedremo delle rivoluzioni rispetto al passato. Con buona pace di chi si è recato a votare alla primarie dell’ 8 dicembre, ancora una volta malgrado tutto, sperando in un vero #sicambiaverso.

Questi sono, in breve, i punti critici che vedo nel percorso di queste settimane e questi credo che siano i passi falsi che minano la stabilità di questo esecutivo (eccetto quanto scritto per il PD: quelli sono problemi di equilibrio e sostanza interni che difficilmente verranno risolti se non con cambi radicali). Cari amici renziani e renzissimi, sarò ben felice di venire smentito nei fatti e di assistere ad un governo che risponde agli effettivi bisogno degli italiani, ma permettetemi di avere le mie riserve riguardo almeno allo stile e ai metodi utilizzati. Se volete parliamo anche nel merito, ma su quello credo che avremo delle risposte molto presto…

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