“ok, ma adesso parliamo di cose serie”


Scrive Francesco Costa sul suo Blog:

[…] ci sono persone, tante, che in questi sei anni sono sempre state in maggioranza, sempre dalla parte del segretario, chiunque fosse, qualunque cosa facesse. Oggi dicono che “tocca a Renzi” e quindi stanno con Renzi, ignorando le loro responsabilità nel disastro, facendo sì con la testa davanti a cose che ieri contestavano; parlano del disastro allargando le braccia, come se fosse qualcosa che gli è capitato, come se fosse un temporale; domani diranno che “tocca al prossimo” e staranno col prossimo, adeguandosi. Altri invece dicono che Bersani fu troppo timido, che bisogna proseguire su quella strada ma facendo di più, mostrando di essere fuori dalla realtà: se Bersani avesse vinto le elezioni avrebbero detto che era una vittoria della sua linea e bisognava proseguire su quella strada ma facendo di più, siccome Bersani ha perso dicono che bisogna proseguire su quella strada ma facendo di più. E aggiungono però che bisogna “ricostruire”.

Si può dire che il Partito Democratico va ricostruito solo al prezzo di dire che Bersani e i suoi hanno fallito […] Si può cambiare idea, naturalmente: basta dirlo, spiegare di aver avuto torto. Ma non si possono sostenere entrambe le posizioni. Difendere le azioni di Bersani e del suo gruppo dirigente si può fare solo al prezzo di rinunciare alla retorica sulla “ricostruzione” del Partito Democratico e presentarsi onestamente come quelli della continuità […]

In questi giorni, proprio mentre il PD si appresta a celebrare le primarie, cioè il momento più alto di partecipazione alla vita di un partito, una bella innovazione che ha – comunque la si pensi – costretto anche gli altri partiti a confrontarcisi, si viene a conoscenza di episodi vergognosi di presunta compravendita di voti nei congressi locali, di tesseramenti di massa, di iscrizione a fini di consenso anche di avversari politici a cui il Partito, non potendo fare finta di ignorare del tutto la pesantezza delle accuse, ha cercato di porre rimedio sospendendo il tesseramento.

Si tratta di una scelta assurda, non solo perchè è in aperta contraddizione con lo spirito delle primarie, non solo perchè si è presa una decisione nonostante l’opposizione di 2 candidati su 4 (cosa che non fa che confermare come le decisioni vengano prese senza un ragionamento condiviso) ma anche perchè non costituisce una soluzione valida. A cosa serve adesso sospendere i tesseramenti se lo scandalo delle tessere è già scoppiato da settimane? Se c’erano “tesserati sospetti” questi ormai rimangono nel partito a danno, magari, di tanti altri.
Ma quello che lascia particolarmente perplessi è il clima di generale noncuranza con cui queste voci di scandali e situazioni dubbie vengono affrontate. In particolare dal compatto fronte di Renzi, composto da larga parte della dirigenza nazionale e locale, il quale, non si è scomposto di fronte all’ultima capriola del proprio leader, l’ennesima, (“non blocchiamo il tesseramento!”; “si blocchiamo il tesseramento!”) e anche la più pericolosa (“si, blocchiamo il tesseramento, ma adesso parliamo di cose importanti!”) perché ancora una volta, come ho avuto già modo di dire, svilisce e minimizza il ruolo che gli iscritti, i militanti e i circoli locali dovrebbero avere nella vita del partito in nome di un indefinito “qualcosa d’altro più importante” di cui occuparsi. Mi sono sentito rispondere che “se c’è entusiasmo è giusto accogliere tutti indipendentemente dalla provenienza”, che “è finito il tempo dei partiti tradizionali con le loro liturgie”, che “bisogna andare oltre le vecchie logiche di appartenenza” e poi il vecchio ritornello del “ok i congressi, ma la vera partita si gioca alle primarie”. Tutte cose giuste (a parte l’ultima!), ma da compiersi con una certa gradualità e con un solida consapevolezza che mi pare invece non esserci.
Sinceramente ho paura di un partito che si riduce a essere un comitato elettorale per il leader di turno, ho paura delle fede cieca in un leader, ho paura di un partito abbagliato, dalla pur comprensibile voglia di vincere (che mi pare essere lo stato mentale attuale di molti renziani), a tal punto da mettere da parte i propri iscritti e guardare praticamente solo al proprio esterno. Questa è una cosa che mi ha colpito molto delle uscite di Renzi, a cominciare dalla Leopolda. In tanti, molti, troppi a sottolineare che “io non sono del PD, ci tengo a precisarlo, ma lo potrei essere se Matteo vincesse”. Domanda: “e se Renzi dovesse perdere le primarie?”. “Eh, allora non voterei PD…”
Non voglio dire che il PD non ha bisogno di un leader, anzi: il carisma e la presa mediatica di un candidato sono caratteristiche fondamentali che sono mancate per troppo tempo alla sinistra. Ma chiunque sia questo leader sarà leader di un partito: Renzi pare piuttosto dimenticarsi che sta concorrendo alle primarie per la Segreteria Nazionale. Essere un buon leader deve per forza andare di pari passo con l’essere un bravo segretario: l’assenza del primo requisito rischia di far perdere le elezioni, ma l’assenza del secondo svuota di contenuti e credibilità l’azione politica portandola a identificarsi con la sola figura del leader. Sarebbe l’ennesima riproposizione del tema dell'”uomo della provvidenza”, la figura salvifica a cui affidarsi e che in Italia siamo purtroppo abituati da decenni a vedere all’opera.
Ma sarebbe anche il modo più semplice, per tornare alle parole di Costa, per garantire la conservazione di una classe dirigente inaffidabile e dannosa. Guardare solo ai possibili elettori esterni da attrarre senza mettere all’ordine del giorno i problemi che si hanno in casa è l’unica strada per permettere ad un’intera classe dirigente, sempre la stessa, di pagare una volta tanto per i propri errori ( e strategie fallimentari del passato), e magari di continuare a commetterne altri. Con buona pace delle primarie e di quelli che guardano a questo Partito, ancora una volta con una speranza di cambiamento.

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