Giustizia e pacificazione


Sulla vicenda del presunto trattamento di favore che il Ministro Cancellieri avrebbe riservato nei confronti della detenuta Giulia Ligresti si sono purtroppo cristallizzate 2 posizione contrapposte. Da una parte quella del “uno è meglio di zero” (almeno per un detenuto è stato fatto qualcosa), dall’altra quella del “o tutti o nessuno”. Entrambe estreme, entrambe sbagliate. Perché il problema, a mio modo di vedere, sta da un’altra parte.

Annamaria Cancellieri ha rivendicato un “diritto all’umanità” riguardo alle proprie azioni rivendicando di essere “intervenuta per una detenuta che rischiava di morire, non siamo tutti uguali davanti alla legge? Escludo che ci siano detenuti di serie A e di serie B. Rispondo sempre a chiunque mi telefoni per sollecitarmi un caso importante”. E che sia già intervenuta in oltre 100 casi. inoltre, dalla sua, ha la testimonianza della Procura di Torino che ha confermato la correttezza del suo operato.

Dall’altra parte, invece, si sottolineano i lati ambigui di questa vicenda, il conflitto di interessi dato dalla sua amicizia personale con diversi esponenti della famiglia Ligresti, oltre a quell’anno di lavoro che il figlio della ministro passò ai vertici di Fonsai, da cui se ne andò, in polemica con il gruppo ma con un assegno da 3 mln in tasca.

Io credo che in altri momenti della vita del nostro Paese questa vicenda sarebbe passata sotto silenzio o quasi: ci sarebbe stata la notizia, se ne sarebbe parlato per qualche tempo e poi, dopo un chiarimento di massima del ministro, sarebbe tornata nel silenzio.

Ma oggi bisogna fare i conti con un’altra situazione: l’esasperazione del clima politico e la disaffezione dei cittadini alla politica trasformano in una montagna quella che è stata decisamente una leggerezza da parte del ministro. E, bisogna dirlo, un ministro decisamente competente e di gran lunga migliore dei suoi predecessori alla guida della Giustizia.

Ma se c’è un dato che ogni tornata elettorale conferma, è che decenni di cattiva politica, di corruzione dilagante, di aiuti e favori per chi “ha le mani in pasta” o le giuste conoscenze, hanno talmente esasperato a tal la pazienza dell’elettorato che ora è naturale che ogni occasione è un valido pretesto per scatenare l’indignazione contro “la casta”, contro la classe di politici approfittatori e degli amici dei politici. In questo gioca un ruolo fondamentale anche qualla parte dell’informazione che questa indignazione la cavalca.

Lo scriveva bene Giglioli qualche giorno fa su sul blog:

Forse in questo dibattito manca un pezzo grosso del puzzle. E cioè: perché tanta gente si incazza per l’intervento di un ministro a favore di un’amica di famiglia finita nei guai? Secondo me buona parte dell’incazzatura (delle sue dimensioni, dico) dipende da quello che è successo in Italia negli ultimi 15 anni. […]

Ma siamo soprattutto il Paese che di fronte alla crisi reagisce – quando è in condizioni di farlo – aggrappandosi all’unico welfare che funziona: quello delle conoscenze. Chi conosce qualcuno di ‘altolocato’, cioè, cerca disperatamente di usare questa relazione per far fronte alla catastrofe. Sia un parlamentare, un consigliere regionale, il direttore di una banca, un giornalista decentemente inserito, un prelato con agganci in Vaticano che magari ti rimedia un appartamento della Santa Sede. […] Chiunque abbia un ruolo anche solo lontanamente di potere – o apparentemente di potere – lo sa, lo sa quante richieste ad personam ogni giorno arrivano, per qualsiasi cosa – e sempre di più. Insomma, siamo un Paese di figli e figliastri. Diviso tra chi conosce e chi non conosce. In una lotta tra poveri senza quartiere che diventa tanto più feroce quanto più aspra è la crisi. In questo contesto, chi non conosce è figliastro. Più privo degli altri di diritti sociali e civili. Tutto quello che è successo dopo è una conseguenza di questo ‘divide’. La rabbia, il populismo, l’astensionismo, le vetrine sfasciate, forse perfino il razzismo, di certo il sentirsi soli e abbandonati. La Cancelllieri che fa incazzare tanto è solo l’ultimo epifenomeno di questa Italia divisa tra figli e figliastri, fra sommersi e salvati.

Da decenni l’Italia è questo e un atteggiamento diffuso non ha fatto altro che ricordarci che ogni cittadino ha i suoi diritti ma se ha anche qualche conoscenza in alto, allora ha un diritto in più: quello di venire ascoltato prima, più in fretta e meglio, rispetto agli altri.

Faccio poi un altro piccolo ragionamento. Quello che mi ha deluso di più di un ministro di cui ho grande stima è stata la sua risposta alle critiche: contro di me un agguato politico“. E poi i tentativi di giustificazione come “se fosse morta quale sarebbe stata la reazione?” o ancora “mi mobilito per chiunque mi telefoni” (una risposta probabilmente concepita male che ha trasformato la Cancellieri nel miglior paladino del favoritismo politico), insomma la peggiore risposta nel peggiore politichese, esattamente come tutti quelli colti “con le mani nel sacco” prima di lei. E tornano con forza alla mente i casi troppo eclatanti di impietosi paragoni con il senso di responsabilità (più o meno volontario) che accompagna l’operato di numerosi personaggi pubblici stranieri (tanto per fare degli esempi qui e qui).

E’ per tutto questo che il comportamento della Cancellieri suscita rabbia, rabbia rafforzata dal fatto di essere un ministro di gran lunga migliore di quelli che lo hanno preceduto, eppure ricaduto nelle stesse logiche che hanno retto la politica di questo Paese per troppo tempo.

Gli ultimi governi, questo e il precedente, avevano fatto del “cambiamento” la propria bandiera: esistono per risolvere situazioni che le logiche elettorali non riuscirebbero a risolvere. In palio c’è la tenuta del sistema  – si dice – e si sono coniate espressioni ad hoc: “il governo del fare”, “il governo della pacificazione”, con grandi promesse di cambiamento rispetto al passato e di inversione di rotta.

A me pare invece che la sola pacificazione di cui il Paese ha bisogno è quella di ristabilire un senso di appartenenza del Paese alle sue Istituzioni, cosa che sarà possibile solo se ci sarà un reale cambiamento, che chiami in causa tutti, anche il Governo il quale, dalla sua, dovrà mantenere la promessa di cambiare realmente rispetto al passato, cominciando dal rompere quella tradizione di favoritismi, connivenze, interessi personali che hanno caratterizzato da sempre il mondo politico. Questa è l’unica vera pacificazione possibile, e la sola che importa ai cittadini.

Chi accetta l’onore di diventare Ministro accetta l’onere di farsi carico di queste aspettative e sa che non ci sarà spazio per nessuna debolezza, svista o leggerezza. In caso contrario ne andrà di mezzo la propria credibilità, indipendentemente dalle cose positive realizzate, e lo si dimenticherà esattamente come ogni altro ministro che si è succeduto nel tempo, accusandolo di essere in assoluta continuità con il predecessore.

Per tutto questo io credo che la rabbia contro il comportamento di Annamaria Cancellieri sia giustificata e che il ministro, da parte sua, avrebbe dovuto immediatamente rassegnare le dimissioni.

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Un pensiero su “Giustizia e pacificazione

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