La domanda a cui il PD dovrebbe rispondere


L’altro giorno parlavo delle primarie del PD con un amico, il quale, all’improvviso, mi domanda: “ma perchè dovrei andare a spendere ancora 2 euro per dare il mio voto ad uno che, se perde, non conterà un cazzo, e se vince, viene comunque fottuto nei mesi successivi? L’ho fatto con Veltroni, l’ho fatto con Bersani, tutti a stravincere e poi in un modo o nell’altro sono stati fregati dagli altri del partito. Dimmi perché dovrei andare a farmi prendere in giro ancora una volta?

E io non sono riuscito a dargli una risposta…

È la domanda originale: quella a cui, se io fossi il PD, proverei a rispondere prima di ogni altra, prima di procedere con ogni pretesa di “governare” il Paese e, soprattutto, prima di scegliere il nuovo segretario con le prossime primarie dell’8 dicembre.

É una preoccupazione di pochi questa? Può essere, ma ci sono dei dati incontrovertibili. E non sto parlando dei numeri, variabili, dei voti che si prendono o si perdono in una o nell’altra tornata elettorale, ma piuttosto dei numeri dei tesserati e dei livelli di partecipazione ai circoli, entrambi in drastico calo. Il primo dato è oggettivo, il secondo lo posso desumere anche dalla mia esperienza personale: la difficoltà di lavorare e di tenere vivi molti circoli locali è nata quasi fin da subito per il PD, non appena, infatti, l’elettorato che ne accompagnò in maniera massiccia la nascita, non cominciò a sentirsi in qualche maniera “tradito” nelle proprie aspettative.

Al di la delle belle frasi contenute nei documenti congressuali dei candidati pare invece che il PD non abbia all’ordine del giorno il problema di come tornare a parlare ai propri iscritti e alla propria militanza. Sentendo ad esempio parlare Renzi (in una Leopolda, volutamente senza bandiere e simboli di partito) ho avuto invece l’impressione che si confondessero piani del consenso e della militanza, guardando ad un partito che sia più simile ad un comitato elettorale più che ad una struttura con un’anima e una sostanza.

Ma quale è il problema di fondo? Probabilmente ce ne è più di uno, però uno dei principali è la palese incapacità di affrontare discussioni interne e momenti di difficoltà attraverso una discussione serena ma risolutiva. L’impressione è che invece si preferisca un “quieto vivere” che poi alla prova dei fatti, tanto quieto non è. Sia a livello nazionale che locale.

Ovviamente si tratta solo di supposizioni e dubbi: quanto vorrei venire smentito dai fatti! però al momento i fatti raccontano che al congresso provinciale di Como è stata rieletta segretario Savina Marelli, unica candidata presentata (situazione analoga ad altre 3 province lombarde). Spero con tutto il cuore che dietro a questo “candidato unico” ci sia una comunione di intenti ed una sintonia di tutto il partito dietro al Segretario, ci sia un clima sereno di discussione e confronto tesi al solo esclusivo fine del “bene” per il Partito: sicuramente sarà così, e così, sicuramente, mi direbbero così i diretti interessati. Ma la mia breve esperienza in quel partito, in quelle assemblee, in quelle riunioni mi fa sorgere il sospetto di essere di fronte alla storia già vista per troppo tempo: tutti compatti per un giorno e poi tutti con le mani libere dal mattino seguente tra distinguo, contestazioni, velate polemiche e “regolamenti di conti” rigorosamente a porte chiuse.

E al livello nazionale? Al livello nazione mi pare che il trend, da che il PD sia nato, è quello di identificare preventivamente il cavallo vincente più credibile e di accodarcisi in massa, lasciando qualche briciola di consenso ai rivali. Veltroni vinse con il 75 % (all’epoca votai Letta) e Bersani superò comunque il 50. Adesso c’è Renzi: odiatissimo, criticatissimo, contestatissimo ma che ha raccolto il consenso quasi unanime dell’establishment del PD nazionale salvo rare eccezioni. Bersani appoggerà Cuperlo (a proposito: chi????) e D’Alema ha fatto sapere che non apprezza il sindaco di Firenze, pur vedendolo bene come premier (così nessuno potrà mai rinfacciargli di aver parlato male di lui).

Il buon Matteo ha un gran bel dire che “sul carro non si sale, semmai si spinge”, ma sa bene che si trova in una posizione scomodissima: sa che per vincere deve accettare tutta la gente che sale sul suo carro in queste settimane, ma sa anche che molti di questi compagni hanno ben più di una responsabilità circa l’eliminazione “politica” di altri leader, prima di lui.

E poi emergono sullo sfondo le vicende di vari congressi territoriali, dalla Ciociaria alla Puglia alla Calabria, da cui arrivano notizie di tesserati che si moltiplicano a comando, di avversari politici che si candidano (e vengono eletti!) o di tessere pagate da questo o quel “capocorrente”, con buona pace della trasparenza, della correttezza e, infine, della credibilità di una stagione congressuale che tra i propri obiettivi doveva avere quello di ricucire lo “strappo” con i tesserati e i militanti, insomma, con il “popolo” del PD.

Non so davvero che cosa succederà, se vincerà Renzi oppure no, se le polemiche territoriali si placheranno oppure porteranno strascichi negli anni. Però so che un partito che non sa parlare ai propri iscritti, ai propri militanti, al proprio bacino elettorale originario, quello che nonostante tutte le contraddizioni e le delusioni ha sempre votato convinto, quello che tiene vivi i circoli locali e che rende possibili migliaia di iniziative su tutto il territorio nazionale, spiegandogli il perchè di certe scelte, o mostrandogli di applicare le regole di correttezza e trasparenza interna, non sarà mai in grado di parlare in maniera credibile agli altri, magari a quei “delusi” che Renzi ora vorrebbe recuperare da altri partiti. E questo significa, innanzitutto, non solo spiegare alla gente a che cosa serve recarsi alle primarie l’8 ottobre, ma comportarsi in modo da meritarsi quella fiducia, attraverso comportamenti irreprensibili e attraverso una condivisione delle scelte e dei problemi, anche se questo vuol dire avere luoghi e momenti di discussione accesa e franca. Senza questi passaggi non si va da nessuna parte, se non nella direzione di trasformare il Partito in qualcosa di simile ad un comitato elettorale da usare a proprio piacimento. E devo dire che in questi anni, questa impressione mi si è fatta sempre più forte.

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2 pensieri su “La domanda a cui il PD dovrebbe rispondere

  1. Credo che il Pd sia più pericoloso per la democrazia del Pdl.
    Perché il Pdl è talmente fuori da qualunque schema mentale razionale da avere presa solo su alcune tipologie di persone.
    Il Pd, invece, che dovrebbe rappresentare la speranza di un cambiamento, nasce per soffocare questo cambiamento, per adeguarsi alla politica di plastica tipica del Berlusconismo.
    Quindi uccide qualunque possibilità di trasformazione. Il Pd accetta e giustifica lo status quo, e si vede dal fatto che governano tranquillamente con uno come Alfano. E’ refrattario, anzi immune, a qualsiasi tentativo di rinnovamento delle idee e della pratica politica. L’elettore del Pd ha imparato a sue spese che può protestare e lamentarsi dei suoi dirigenti, ma poi dovrà calare la testa e cercare le parole per spiegare agli altri come si possa essere di sinistra e governare con gli amici della mafia.

  2. Pingback: “ok, ma adesso parliamo di cose serie” | Stemctost's Blog

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