Vi racconto la storia di Silvio…


Con una uscita così, ad effetto, Matteo Renzi alla Leopolda ha raccontato la triste vicenda di Silvio Scaglia, oggi divenuto simbolo per molti di una non più rinviabile “riforma della giustizia”.

La premessa necessaria a questo ragionamento è che il vero Silvio Scaglia ha dimostrato di essere un uomo onesto e una persona di lignaggio ben superiore a tutti i suoi odierni difensori.  Che oggi lo dipingono come il ritratto delle ingiustizie del “sistema-giustizia” del nostro Paese (e scusate il gioco di parole).

Ma a tutti questi novelli difensori dei diritti umani mi viene da chiedere: dove eravate quando la vicenda di Scaglia si svolse? E come mai non avete speso una sola parola per i quasi 13.000 “silvio scaglia” che affollano le carceri italiane senza nessuno che se li fili minimamente?

La storia di Silvio Scaglia è una storia terribile da non augurare a nessuno. Ma è anche la storia di un uomo che, fiducioso nella giustizia, ha atteso che essa svolgesse il suo terribilmente lento corso. In tanti hanno ricostruito in queste settimane, dopo la pronuncia della sentenza di assoluzione piena, la sua storia: il rientro volontario in italia, l’arresto in aereoporto, le accuse relativamente ad un’azienda con la quale non aveva più alcuna relazione da oltre 3 anni, gli 80 giorni di carcerazione e l’anno di arresti domiciliari. A molti parve una soluzione abnorme relativamente alle reali responsabilità del manager e in molti si mobilitarono perchè si intervenisse.

Oggi, dopo la sentenza, in molti chiedono “chi pagherà?”, “chi gli restituirà il tempo passato in quella terribile esperienza?”.

Senza dubbio è una storia che deve fare riflettere e mostra uno dei tanti aspetti che non funzionano del sistema-giustizia italiano. Ma mi domando, con il dovuto rispetto alla vicenda umana, se questo coro di richieste di cambiare la legge in materia di carcerazione preventiva non sia un po’ paraculo e decisamente tardivo.

Perché in Italia, di persone che stanno vivendo quello che ha passato l’ex A.D. di Fastweb, ce ne sono oltre 12.000 che costituiscono un buon 20% della popolazione carceraria. La stragrande maggioranza di questi, inoltre, è in attesa del primo giudizio per arrivare al quale magari ci vogliono anche 120 o 150 giorni. E non parliamo di tutte quelle persone che finiscono in quella particolare forma di “carcerazione preventiva”, in virtù di alcune leggi sciagurate, che sono i CIE.

Se davvero si ritiene che uno dei problemi della giustizia italiana sia l’uso della carcerazione preventiva (e chi scrive è di questo avviso) è perché ogni anno un quinto della popolazione carceraria vive questa situazione e non perché un personaggio noto ci si è ritrovato per un periodo che per quanto terribile, è comunque circoscritto. 

Perché è da ipocriti scandalizzarsi per 9 mesi di carcerazione preventiva passati “nella sua casa di Antagnod, in cima alla Val d’Ayas, finestre affacciate sul gruppo del Monte Rosa” e ignorare del tutto la medesima situazione vissuta ad esempio a Opera, dove al massimo puoi vedere la torre Telecom di Rozzano.

Perché intervenire dicendo “chi risarcirà Silvio Scaglia” è il classico atteggiamento da “giustizia ad personam” a cui assistiamo continuamente in questo Paese. Credere che la “legge vale per tutti” significa accettare che questo valga sia verso le persone comuni, sia verso i potenti; sia verso gli a.d. di grandi aziende, sia verso impiegati e operai; sia verso chi ha stuoli di avvocati rinomati, sia verso chi si deve pigliare l’avvocato d’ufficio, sottopagato e scazzato. Scrivo queste cose mentre, con un po’ di rabbia, leggo sulla stampa che la famiglia Ligresti avrebbe fatto pressioni sul ministro Cancellieri per “per sensibilizzare sul fatto che Giulia Maria Ligresti (che ha patteggiato una condanna a 2 anni e 8 medi di reclusione n.d.r.) soffre di anoressia“. Se la giustizia in Italia ha dei problemi, uno di questi è senz’altro il fatto che varrà pure per tutti, ma per qualcuno vale di più.

Ecco perchè puzzano di opportunismo e qualunquismo molti di questi novelli difensori dei diritti dei carcerati, quelli che mai battono ciglio quando si inaspriscono le pene, anche cautelari, verso spacciatori e clandestini ma che si indignano appena un volto noto si fa qualche mese di arresti domicialiari.

E, per tornare a Renzi, non si tratta di fare quella “politica della semplicità” di cui ha parlato infiammando la platea: il problema della giustizia è dannatamente complesso, senza contare i gruppi di interesse che gravitano attorno a questo tema e che regolarmente bloccano ogni tipo di riforma.

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