Lea Garofalo: una donna che ha scelto la verità (*)


A 4 anni dalla scomparsa, MIlano si stringe attorno alla donna che ha pagato con la vita il suo ribellarsi alla ‘ndrangheta.

Sabato 19 ottobre, piazza Cesare Beccaria, Milano. Sulle note di Ave Maria di Fabrizio de André, sfila lentamente uno strano drappello, portando a spalla la bara di Lea Garofalo: sono “un vecchio prete, un giornalista, un sindaco e alcuni amici di Lea”. Il “vecchio prete”, come lui stesso si descrive, è Don Luigi Ciotti e con lui sono il sindaco Giuliano Pisapia, Nando dalla Chiesa, Mario Calabresi e il responsabile regionale di Libera. Tutto intorno una folla di 3000 persone che la piccola piazza del centro di Milano contiene a stento, che sventola decine e decine di bandiere gialle, viola e arancioni che riportano le parole “Vedo, sento, parlo”.

Sono i “funerali civili” di Lea Garofalo, il doveroso abbraccio della città che non era riuscita a dare il necessario rifugio ad una giovane donna calabrese, in fuga insieme alla figlia dall’orrore della mafia, un orrore che, oltretutto, aveva assunto le fattezze di Carlo Cosco, il suo compagno. Lea non aveva accettato di essere “la donna del boss” e aveva trovato la forza di denunciare le violenze e gli omicidi che aveva visto commettere (tra i quali l’omicidio del padre e di un fratello). Diviene così “pentita” e testimone di giustizia ma, come tale, ripudiata dai famigliari e isolata dagli amici di una vita. Una situazione insostenibile che lei stessa descrisse in una lettera, mai spedita, al Presidente della Repubblica, letta ieri durante la cerimonia: “Sono un mamma disperata, allo stremo delle sue forze. Oggi mi trovo con mia figlia lontana da tutto e da tutti. Sono sola. Ho perso tutto. Sapevo a cosa andavo incontro e ora non posso cambiare il corso di questa mia triste storia. Con questa mia richiesta di aiuto vorrei che lei rispondesse alle decine di persone che si trovano nelle mie stesse condizioni. La prego ci dia un segnale di speranza. Abbiamo bisogno di aiuto”. Qualche aiuto arrivò: da don Ciotti e dall’Associazione Libera, ad esempio, per darle il supporto e l’assistenza, anche legale, per affrontare i processi nei quali cercava di trovare giustizia. Non fu sufficiente: nel novembre del 2009 Cosco attirò l’ex compagna a Milano, in via Montello 6 con la scusa di volerla vedere per parlare del futuro della loro figlia Denise. Da allora nessuno vide più Lea Garofalo. Il processo, conclusosi il 28 maggio 2013, ha ricostruito quanto accaduto: il rapimento per mano di Rosario Curcio,Massimo Sabatino e Carmine Venturino, la consegna a Carlo e Vito Cosco che la torturarono per ore prima di dare alle fiamme il corpo di Lea e di seppellire i resti in un terreno alle porte di Monza. A portare gli inquirenti sulla strada giusta fu la straordinaria testimonianza di Denise, che ebbe il coraggio di puntare il dito contro il proprio padre, e la confessione di Venturino, ex fidanzato di Denise.

Così, sabato mattina, a quattro anni dall’uccisione e tre anni dopo la cerimonia funebre senza bara a Petilia Policastro, sua città di Lea – Milano ha potuto ristabilire la verità su quella donna calabrese che don Ciotti ha più volte chiamato “martire della verita’, testimone della verita’”. Durante il suo commosso intervento, il presidente di Libera ha chiesto di cercare instancabilmente la verità: “non basta parlare di verità, dobbiamo cercarla”, dice rivolto ai partecipanti, ai numerosi politici presenti (“dovete fare di più!”) e soprattutto ai “tanti giovani inghiottiti dalla mafia”, invitandoli a “contribuire alla verita’” e promettendo loro: “Non vi lasceremo soli”.

Anche Denise, la figlia di Lea, ha voluto essere presente. La sua voce – da un luogo nascosto, a causa delle misure di protezione a cui è sottoposta – risuona nella piazza di quella città in cui ha voluto si svolgessero i funerali di sua madre. Ringrazia “di cuore” la folla con la voce rotta più volte dal pianto. Poi, rivolgendosi direttamente alla madre, dice “Per me oggi è un giorno molto difficile ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti”.

Ma è tutta la piazza che deve ringraziare la vita e la testimonianza di Lea Garofalo. Perché  – ed è ancora don Ciotti a parlare, “se Lea ha avuto il coraggio di «rompere il codice del silenzio mafioso», altrettanto devono fare tutti, perché a volte quel codice lo abbiamo anche noi, è la nostra mafiosità”. È per questo che «siamo tutti in debito con te», dice con lo sguardo rivolto verso il cielo. E’ quasi la confessione di una sconfitta collettiva: “Abbiamo tanto dolore dentro, perché non ce l’abbiamo fatta a salvarla”. Ma è da qui che si deve ripartire. Da una promessa da fare – tutti insieme – a Denise. “Te l’abbiamo promesso – dice concludendo -,non ti lasceremo mai sola”.

(*) da “il Settimanale della Diocesi di Como” del 24 ottobre 2013

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