Un problema di cultura


Non posso che essere contento nel vedere che le Istituzioni del mio Paese si mettono di impegno nel cercare di contrastare gli episodi di intolleranza, di qualunque natura essi siano: omofobia, femminicidio, razzismo, eccetera. Eppure, ogni volta che, di fronte ad un qualunque fatto di cronaca clamoroso, la politica promette di intervenire con forza, non posso fare a meno di pensare alla intrinseca debolezza degli interventi che vengono messi in campo, come nel caso delle norme “anti-femminicidio” approvate la scorsa settimana.

Una debolezza che è legata al modo in cui maturano queste iniziative: spesso – come è accaduto in questi mesi – si tratta della giusta indignazione di fronte ad una scia di episodi di violenza degenerati in fatti di sangue.
Purtroppo si tratta anche di temi che quando ciclicamente uniscono cronaca e politica, lo fanno spesso in senso puramente elettorale, come avvenne nel 2008, quando una lunga serie di stupri avvenuta nella Capitale, monipolizzò l’attenzione dei media e delle elezioni politiche e amministrative.

Poco importa la natura degli episodi di violenza in questione (anche se tra le diverse fattispecie di intolleranza esistono sostanziali differenze che rendono il singolo episodio più o meno odioso). Fatto sta che ogni volta la promessa di intervento da parte della politica è direttamente proporzionale alla durezza delle proteste dell’opinione pubblica. Con due possibili risultati: o che non se ne fa nulla non appena l’attenzione mediatica si spegne, o che la soluzione che la politica individua spesso è raffazzonata, sbrigativa e (potenzialmente) più dannosa che altro.
La cronaca di questi mesi ha imposto all’attenzione dei politici il tema del femminicidio e dell’omofobia e solo a fatica si è giunti a progetti di legge condivisi. Con buona pace di tutti quei politici che, invece, nel silenzio delle commissioni, cercano di trovare soluzioni concrete, formulano disegni di legge, propongono riforme che vengono poi sacrificate per fare posto a qualche altro argomento considerato più importante o conveniente da discutere.
Un altro fattore di debolezza concerne invece le modalità di attuazione di questi interventi: più è eclatante il fatto, più dura è la risposta. Insomma, la risposta che la politica mette in campo, il più delle volte è concentrata sull’aspetto della repressione cercando di fare leva sull’ effetto di deterrenza: nuove figure di reato, condanne più veloci, pene più severe e lunghe.
Anche questa è una scelta imposta dalla ricerca di consenso e visibilità mediatica inseguendo anche l’opinione comune (i talk show sono sempre più pieni di invasati che urlano “sbatteteli in galera!”) e, mi spiace dirlo, tante volte è anche la strada più rapida per pulirsi la coscienza dalle accuse di non fare nulla (“abbiamo alzato le pene, che cosa possiamo fare di più?”).
In realtà ci sarebbe molto da discutere sull’effettiva utilità che si consegue nell’inserire continuamente nuove figure di reato (e la prossima, all’orizzonte, sarà l’omicidio stradale) a complicare ulteriormente un sistema penale complesso e saldamente nelle mani di avvocati abilissimi a fare valere cavilli, codici e commi a beneficio esclusivo dei propri clienti e non della giustizia….Ma questo è un altro paio di maniche.
Ma bisognerebbe anche domandarsi quanto, a pene più severe, corrisponda un reale effetto di deterrenza. Penso, ad esempio, alla normativa sullo stalking, che pure prevede pene severe e gravi limitazioni, ma che, in assenza di garanzie di controllo e sicurezza, spesso rimane una giustizia sulla carta: quante volte vengono riportate notizie di episodi di sangue nelle quali il colpevole era già colpito da misure restrittive nei riguardi della vittima (come il divieto di contattarla o di risiederle vicino) senza che ci fosse alcun tipo di controllo da parte delle autorità competenti, le quali, il più delle volte, non hanno i mezzi materiali e le risorse per poter svolgere questo compito!

Anche la legge approvata pochi giorni fa sul femminicidio noi discosta di molto da questo schema: nuovi elementi di valutazione del comportamento del colpevole, introduzione di nuove aggravanti, agevolazione delle forme di querela, previsione di una procedura di ammonimento da parte del questore, eccetera. Tutte cose giuste e sacrosante ma è come se mancasse quel “passo in più” che invece è la cronaca ad indicarci impietosamente.

La cronaca che ci racconta di una ragazzina di 16 anni violentata da 5 ragazzi “tutti incensurati e di buona famiglia” durante una festa durante la quale i presenti che “intuivano quello che stava succedendo” non fecero nulla, né dissero nulla per giorni e giorni a seguire.
La cronaca che ci racconta di un 14enne romano che è stato spinto al suicidio dopo le innumerevoli offese subite dai coetanei, di persona o tramite Facebook, a causa della sua omosessualità.
La cronaca che ci racconta la storia di Filomena de Gennaro, gambizzata dall’ex-compagno appena uscito dal carcere: ora cerca di ricostruirsi una vita costretta sulla sedia a rotelle, ma in paese l’aggressore è solo un bravo ragazzo che “per colpa di quella lì si è fatto anche il carcere”.

Ecco Il punto debole! Può una legge impedire ad un uomo di considerare la propria compagna come un mero oggetto di sua proprietà? Può una legge impedire che dei ragazzini prendano di mira il compagno di classe solo perchè più sensibile? E può una legge impedire a quest’ultimo di sentirsi solo e abbandonato da tutti? E infine: può una legge intervenire efficacemente sul quel complesso di credenze, pregiudizi e convinzioni che costituiscono la base culturale nella quale nascono episodi di violenza, di intolleranza e di prevaricazione?

Perché, ad esempio, è impossibile che dietro ad un caso di femminicidio, prima di arrivare al momento di massima violenza, non ci sia una escalation di episodi ignorati o sottovalutati: prima l’insulto, poi il “non esci con le tue amiche”, poi lo schiaffo e così via…

È qui che si gioca la battaglia più importante: con l’assistenza alle vittime, con l’attenzione e la cura ai carnefici, ma soprattutto con la diffusione della cultura dei diritti e con la sensibilizzazione a queste tematiche. Ma è proprio qui che anche la legge sul femminicidio appena varata mostra il suo lato più debole.

Nella legge effettivamente sono contenuti alcuni provvedimenti a tal proposito. Si parla di un piano antiviolenza con un budget di 10 milioni di euro per azioni di prevenzione, educazione e formazione, e una serie di finanziamenti anche per i centri antiviolenza e le case-rifugio (10 milioni di euro per il 2013, 7 per il 2014 e altri 10 all`anno a partire dal 2015). Ma troppe volte, in passato, si è assistito a dichiarazioni di principio di questo tipo prima che tagli, emendamenti e leggi di bilancio riducessero o cancellassero definitivamente questi contributi. E anche qualora la somma di 10 milioni di euro per azioni di prevenzione, educazione e formazione dovesse venire confermata, corrisponderebbe, in concreto, a meno di 100.000 € per ciascuna provincia italiana, a meno di non operare suddivisioni e ripartizioni di fondi inaccettabili.
È troppo, troppo poco per pensare di incidere in maniera efficace in un tema così complesso e delicato. Perchè il femminicidio – esattamente come altre piaghe del nostro tempo e della nostra società, da ogni forma di violenza e discriminazione, fino ad arrivare ai fenomeni mafiosi – sono fatti sociali e culturali, e come tali vanno trattati e debellati: attraverso la formazione, l’educazione, la diffusione di una cultura condivisa dei valori e dei diritti. Il che non significa credere in un astratto buonismo tralasciando gli aspetti della giustizia e della repressione dei crimini, ma semmai essere consapevoli che questi ultimi da soli, senza guardare all’educazione, alla prevenzione, alla cultura, serviranno davvero a ben poco.

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