Così è facile essere “coraggiosi”…


Li chiamavano “capitani coraggiosi”. Imprenditori e super manager che accolsero l’invito del Governo di costituire una cordata per salvare Alitalia: una cordata ovviamente italiana, in nome di un orgoglio nazionale che sarebbe stato irrimediabilmente leso nel caso in cui l’Italia avesse perso la propria compagnia di bandiera.

È una triste storia che mischia interessi economici e politici che comincia nel dicembre 2007, sotto il governo Prodi. Alitalia è ormai fallita, schiacciata da debiti e passività. La salvezza che compare all’improvviso ha il nome di Air France-KLM che offre 1.700 milioni di euro per l’acquisizione dell’azienda e per farsi carico dei debiti della compagnia italiana. Il governo spinse per chiudere l’accordo ma non visse a sufficienza: a maggio l’Italia ha un nuovo presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che nei mesi precedenti ci aveva costruito una campagna elettorale: mai Alitalia ai francesi, l’Italia deve tenere la sua compagnia di bandiera. Nel maggio del 2008 l’offerta di AirFrance viene definitivamente rifiutata.

Messa al sicuro l’italianità dell’azienda, adesso bisogna trovare delle alternative, almeno per giustificare il motivo di aver
nome dell’italianità aprendo dunque la strada a soluzioni “alternative”. La più quotata è quella della celebre operazione d’acquisto dei volenterosi imprenditori italiani, sponsorizzata niente meno che dell’ex presidente della Corte costituzionaleAntonio Baldassarre, che, proprio per le sue rassicurazioni sulla presenza di una cordata che in realtà non c’è, si beccherà prima una multa da 400 mila euro da parte della Consob e, in seguito, addirittura un rinvio a giudizio con l’accusa di aggiotaggio. Svanita l’ipotesi patriottica riecco quindi all’orizzonte i francesi che, alla fine dei conti, si portano a casa il 25% della compagnia con un esborso minimo: appena 300 milioni di euro.

I conti ovviamente non tornano, visto che l’acquisto di un quarto delle quote a quella cifra implica una valutazione complessiva della compagnia pari ad appena 1,2 miliardi, ovvero 500 milioni in meno rispetto alla prima offerta. Come se non bastasse, l’acquisto avviene al netto dei debiti dato che questi ultimi sono stati scaricati in una bad company ad hoc. A gestire la bad company, lo ricordiamo, era stato chiamato nell’agosto 2008 l’esperto Augusto Fantozzi, nominato per l’occasione commissario straordinario. Di fronte ai libri contabili, Fantozzi non aveva usato mezzi termini per sintetizzare l’origine del disastro. “Nella mia relazione sulle cause dell’insolvenza dico chiaramente che l’azienda ha sperperato” dichiarò l’amministratore straordinario più di due anni fa. “Non è un mistero che ci siano cinque procuratori della Repubblica al lavoro nei nostri uffici e la Corte dei Conti che indaga”. Parole durissime che di certo non piacquero a Giancarlo Cimoli, capofila degli ex amministratori e già congedato dalla compagnia con un assegno da 5 milioni di euro a titolo di liquidazione.

L’operazione elettorale decisa da Silvio Berlusconi nel 2008 ha caricato sullo Stato 3 miliardi di debiti, dando a prezzi di saldo alla cordata di imprenditori italiani una compagnia libera dal fardello del passato. In cinque anni, con la successione di diversi amministratori delegati, si è arrivati al disastro di oggi, con migliaia di posti di lavoro a rischio e il possibile naufragio anche del piano di sviluppo da 12,5 miliardi per l’aeroporto di Fiumicino”

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