No ad un altro “svuotacarceri”


Nel giorno in cui la politica riflette sulla situazione delle carceri italiane, il Parlamento inasprisce le pene per alcuni reati minori. È solo uno dei motivi per cui sono molto molto scettico verso quello che potrebbe essere il 20° provvedimento di amnistia e indulto della nostra storia repubblicana.

Da una parte l’accorato appello di Napolitano a trovare un rimedio alla “drammatica questione carceraria che va affrontata in tempi stretti” nel quale ha ipotizzato che “è necessario intervenire nell’immediato con il ricorso a rimedi straordinari”.

Dall’altra parte il Parlamento che, nell’ambito del voto alla Camera sul decreto che contiene le norme contro il “femminicidio” ha approvato l’inasprimento delle pene per alcuni reati (che con il femminicidio non c’entrano nulla). Parliamo del “furto di materiale da impianti e infrastrutture destinate all’erogazione di servizi pubblici”, comunemente noto come “furto di rame” (pena aggravata: da 1 a 6 anni di reclusione) e del “furto di identità digitale”: pena aggravata (da due a sei anni) anche nel caso di frode informatica attraverso il furto o l’indebito utilizzo dell`identità digitale. Insomma, due reati che sicuramente non destano molta preoccupazione né allarme sociale.

Forse l’esempio è un po’ complesso, però illustra bene la realtà del sistema di giustizia italiano: aumentare continuamente le figure di reato che prevedono la reclusione, salvo poi rendersi conto che le le carceri esplodono, e affidarsi quindi a periodici provvedimenti straordinari di amnistia e indulto per riportare la situazione entro limiti accettabili. Dal 1942, anno in cui è entrato in vigore il sistema penale attuale, l’Italia ha conosciuto 25 provvedimenti di amnistia e indulto: di fatto uno ogni 3 anni circa. E guardando la storia Repubblicana – con l’esclusione dei primi provvedimenti di amnistia, indirizzati ad annullare gli effetti del sistema penale fascista (che puniva, ad esempio, i reati politici o di opinione) – è dal 1966 che i provvedimenti puntano a fare uscire dalle carceri persone soggette a pene di lieve entità.

L’ultimo indulto, approvato trasversalmente il 29 luglio 2006 (e per il quale si era speso il Papa in prima persona), andava a toccare le pene per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno, e “abbuonava” fino a tre anni per le pene detentive e fino a 10.000 euro per le pene pecuniarie, non era applicabile alle pene accessorie né ai reati più gravi (terrorismo, associazione eversiva, strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro di persona, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti, usura e quelli concernenti la mafia).

Da più parti però non mancarono polemiche “tecniche”: il Csm fece notare che il provvedimento di indulto, azzerando la pena senza estinguere il reato, rendeva comunque necessario il completamento dell’iter processuale, e quindi non avrebbe dato benefici al problema della lentezza e dell’accumulo dei processi mentre appena un anno dopo, il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Ettore Ferrara, affermò che entro la prima metà del 2009, se non si fosse intervenuti in maniera strutturale, avrebbe potuto ripresentarsi la medesima situazione precedente l’indulto. E così è stato se appena 7 anni dopo siamo nuovamente al punto di partenza.

La verità pura e semplice è che un provvedimento di clemenza, indulto o amnistia, di per sé non è che un palliativo che andrà bene fino al prossimo intervento che si renderà inevitabilmente necessario: quello del sovraffollamento carcerario è un tema che tocca drammaticamente tanti altri problemi altrettanto profondi della nostra Repubblica e che pertanto richiederebbe una manovra ben più complessa di un altro “svuotacarceri”.

La rivista Redattore Sociale ha analizzato brevemente i dati dell’amministrazione penitenziaria al 31/08/2012. Su 66.271 i detenuti reclusi (a fronte di una disponibilità di 45.568 posti), ben 25.970 (pari al 39%) non sono condannati ma “in attesa di giudizio”: un dato che chiama in causa la struttura stessa della nostra giustizia, il problema della durata dei processi e dell’uso della detenzione cautelare.

Tornano utili altri dati per cogliere altri aspetti: nel 2011 la tipologia più diffusa di reati erano le violazioni della normativa sugli stupefacenti, mentre i dati più recenti attestano la presenza straniera al 36% circa (23.773 erano i detenuti non italiani al 31/08/2012). Vogliamo vedere alcuni provvedimenti che sono intervenuti nel frattempo, dall’ultima amnistia ad oggi? L’introduzione del reato di immigrazione clandestina nel 2009, il decreto Giovanardi sulle droghe del 2006 e il decreto Pisanu del 2005 che ha inasprito pesantemente le pene di una serie di fattispecie decisamente minori (tra cui, ad esempio, il reato di “reato di falso in documento valido per l’espatrio”).

Non ci vuole un genio per capire l’impatto di norme come queste sulla popolazione carceraria: reati di relativa gravità sociale che spesso colpiscono persone che, per cultura e condizione personale, non hanno nemmeno la possibilità di difendersi in modo adeguato (come gli immigrati).

Ecco perché non credo che il problema del sovraffollamento troverà una soluzione con un nuovo intervento di amnistia: un provvedimento che sarà perfettamente inutile se non si interviene con una revisione totale e complessiva dell’intero sistema carcerario e punitivo italiano.

Una revisione complessiva perché intervenire solo su alcune tessere del puzzle non servirebbe a granché.

Non servirebbe a nulla aprire nuove carceri se poi non si danno le risorse per il loro funzionamento, la loro manutenzione, il loro decoro e l’assunzione di personale, amministrativo, medico e di polizia. Così come non servirebbe a nulla togliere, ad esempio, il reato di immigrazione clandestina, se non si sceglie di ridurre i termini di custodia cautelare e di tagliare drasticamente la durata media dei processi anche per i reati minori. E non servirebbe a nulla parlare di pene alternative alla carcerazione se poi queste rimangono dei meri esperimenti (come quello del braccialetto elettronico di cui si parla saltuariamente da decenni) e non si decide di investire in maniera convinta su queste esperienze, così come sulle possibilità di lavoro all’interno del carcere.

E più in generale: a nulla servirebbe tutto questo se alla base non c’è la seria intenzione di abbandonare la cultura repressiva che accompagna il nostro sistema punitivo e abbracciare definitivamente la prospettiva della pena come rieducazione e riabilitazione sociale del condannato. Senza questa nuova consapevolezza “di fondo” un nuovo provvedimento di amnistia ed indulto sarebbe perfettamente inutile, come lo sono stati i precedenti.

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2 pensieri su “No ad un altro “svuotacarceri”

  1. Ma il reato di clandestinità incide non poco, o sbaglio?
    A prescindere dalla necessità di un intervento più sistematico, in cui non mi addentro non avendo preparazione adeguata per definirne i contenuti, il reato di clandestinità è un riempi-carceri assurdo.

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