Il senso italiano di “informazione”.


Ho letto, su “La Provincia” di domenica scorsa, il fondo del direttore Diego Minonzio (“Politici, Facce da babbeo e giornalisti”) e confesso che ho faticato non poco a capire dove termina la narrazione e comincia l’indignazione, dove finisce la cronaca e comincia la battuta. Non ho sinceramente in mente quale sia l’articolo o il quotidiano nel quale egli ha potuto leggere la stomachevole capriola che giustamente denuncia (Il segretario del PdL Alfano dileggiato e poi lodato nel giro di poche ore) ma parrebbe – e lo dico provocatoriamente – che chi scrive conosca ben poco il mondo giornalistico italiano. Nel pezzo di fondo vengono mischiati problemi diversi che pure coesistono. Non è una novità che la direzione editoriale di una testata sia “guidata” dalla proprietà, dove più, dove meno (e il citato Alessandro Sallusti non si sottrae a questa costante). D’altra parte non c’è nemmeno da soprendersi delle “facce dei politici”: malleabilità, democrazia e mediazione sono qualità indispensabili per ogni politico a cui, purtroppo, si affiancano spesso anche trasformismo e voltafaccia. Non è nemmeno una novità la malattia della “paraculaggine”, come il direttore la chiama, che pare piuttosto uno dei cardini intorno a cui ruota il mondo delle grandi firme o dei grandi volti dell’informazione. Da “cani da guardia” della democrazia, sembrano essersi trasformati in “cani da salotto” destinati a fare compagnia a questa o quella versione della democrazia. L’aspetto discutibile, semmai, è il fatto che molti di questi cessano di praticare il giornalismo dell’informazione e diventano puri commentatori che, tra un intervento, un editoriale e una comparsata vengono elevati a maître à penser, ciascuno con il proprio seguito di lettori entusiasti o di contestatori severissimi. Concordo sul fatto che la mole di chiacchiere che abitualmente viene sollevata produce tutto tranne che analisi politiche serie e profonde. Sarebbe poi troppo facile stare a contare le previsioni che si rivelano anche corrette.

Però come dare la “colpa” ai soli volti noti del mondo giornalistico? E’ l’offerta, infatti, che segue la domanda e non viceversa: evidentemente il lettore (o spettatore che sia) medio italiano ha gusti peculiari. Quante pagine i quotidiani nazionali dedicano alla politica, sviscerata in ogni suo aspetto e corredata di commenti, opinioni e interviste? In tv poi continuano a prodursi trasmissioni di “approfondimento e dibattito” che in realtà diventano salotti dove ospiti di parte politica avversano tengono la scena parlandosi dietro l’un l’altro con buona pace dell’approfondimento e del dibattito (spesso gestiti, anche in malo modo, proprio da quei maître à penser di cui abbiamo detto sopra).

La cronaca, intesa come narrazione di quello che accade anche in politica, smette di avere interesse e si da spazio alla ricostruzione, al retroscena, alla chiacchiera, all’indiscrezione, alla soffiata, alle “fonti vicine a…”. Un turbine di chiacchiere che tocca il culmine nei momenti politicamente più instabili e caotici, come il voto di fiducia al governo Letta di settimana scorsa: c’è voluta una tragedia di dimensioni immani per ridurre tutti ad un molto più umano silenzio e fare in modo che la politica si fermasse ma, anche nel giorno del lutto, i canali di informazione non hanno resistito dal dare comunque uno spazio alle solite chiacchiere, alle dichiarazioni (magari provocatorie), ai retroscena. Sinceramente non so da dove arrivi questo attaccamento morboso dell’informazione alla politica, se sia un fatto di quantità o di qualità (tra tv e internet i metodi e i tempi si sono moltiplicati e sopravvive chi racconta più cose più cose, anche a costo di farlo male) oppure la semplice voglia di tentare di lasciare un segno nella galassia frammentata dell’informazione (il giornalista che, diventato famoso, apre il proprio quotidiano o la propria trasmissione). Però mi pare che ci sia davvero poco di cui stupirsi e le giravolte giornalistiche che fanno di un politico un asino o una volpe nel giro di 24 ore non fanno altro che certificare uno stile ormai acquisito del raccontare la politica in italia, con ricadute sull’intero complesso dell’informazione italiana.

Ricordo a tal proposito un episodio di qualche mese fa: era domenica 7 luglio e alla sera ho guardato 2 telegiornali.

Telegiornale della TSI: la notizia di apertura fu l’incidente aereo di San Francisco. Poi, la tragedia ferroviaria di Lac-Megantic. A seguire la crisi in Egitto e le notizie economiche dal mondo. Solo dopo si parlava di politica federale e cantonale.

Telegiornale di Rai 1: Notizia di apertura: Napolitano a proposito dell’Expo. Poi l’affondo PdL a Saccomanni a proposi dell’IMU e le seguenti risposte dal PD. Un servizio di ricostruzione sulla tassa, i retroscena del futuro congresso PD, l’opinione del M5S e dei partiti minori. Solo dopo un po’ si è parlato delle due sciagure americane, annunciate come “notizie che portano preoccupazione per la sicurezza nei trasporti

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