La lezione della “legge-Severino”


Retroattiva o irretroattiva? Penalizza B. o non lo riguarda? In realtà, la legge voluta dall’ex ministro della Giustizia è l’esempio di come le leggi vengono fatte (male) in Italia.

Sfumata la possibilità concreta della grazia presidenziale, ingoiata la dura pillola della pena che sarà esecutiva ad ottobre, nel PdL falchi e colombe hanno cominciato a guardare alla sola possibilità residua perchè al proprio leader non venga preclusa la partecipazione alla vita politica. Visto che la pena accessoria dell’interdizione dovrà venire ridiscussa e nuovamente decisa dalla Corte di Appello, in un nuovo processo che – c’è da scommetterci – i solerti Ghedini e Longo faranno di tutto per rendere il più lungo possibile, il concreto pericolo arriva dall’applicazione della legge 6 novembre 2012, n. 190 (“Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalita’ nella pubblica amministrazione“) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 265 del 13-11-2012, e che che porta il nome dell’ex ministro della Giustizia, Paola Severino. Una legge che sulla carta voleva essere un argine alla piaga della corruzione e alle sue infiltrazioni nei pubblici uffici: incandidabilità e decadenza per tutti i condannati per certi tipi di reati o sopra un certo numero di anni di condanna.

Una legge come la 190/2012, quindi, dovrebbe dare “istruzioni” relativamente semplici e chiare per chi dovrà applicarle al fine di dare velocemente soluzione alle diverse fattispecie che si presenteranno nella pratica. Ma a quanto pare non è così. Approvata poco meno di un anno fa – con i voti dello stesso PdL che adesso pare disconoscerla – da più parti si levano dubbi sul testo della legge, si fanno osservazioni, si levano proteste. Costituzionalisti improvvisati parlano di illegittimità e invocano la Corte Costituzionale ignorando che il giudizio di costituzionalità può venire richiesto solo nel corso di un processo qualora il dubbio (sulla costituzionalità appunto della norma da applicare) renda impossibile il giungere a sentenza. Probabilmente si tratta degli stessi che chiedevano a Napolitano di emettere un provvedimento di Grazia senza seguire le procedure previste dalla legge.
Vi è stato addirittura chi, nel solco di quella continuità nemico-amico che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni dell politica italiana, ha proposto di ricorrere alla Corte di Giustizia della Comunità Europea, che «ha il compito di garantire l’osservanza del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione europea» e che quindi «potrebbe essere interpellata perché dica se in base alla normativa europea la legge Severino dà luogo a pena non retroattiva o a un semplice effetto della condanna». (Non mi fermo a commentare il fatto che la proposta arrivi da Luciano Violante…)

E mentre il testo della legge Severino finisce nel calderone politico passa sotto silenzio il fatto che, dalla sua promulgazione, è già stata applicata ben 37 volte nei confronti di altrettanti uomini politici (consiglieri comunali, sindaci, consiglieri regionali) che hanno silenziosamente abbandonato la scena pubblica, senza alcuna protesta malgrado ben @@@@ di questi fossero del PdL, il partito di Alfano il quale, in qualità di vice-premier avrà sicuramente avuto la possibilità di leggere i decreti di decadenza firmati dal presidente Letta in persona.

Insomma una legge che a volte va bene e altre volte (per la verità in un caso specifico) non va bene. Ma come è possibile che di uno stesso testo vengano date letture così diverse?

Sicuramente (al netto della convenienza politica e delle ricostruzioni interessate dei media di parte) gran parte della confusione è data dall’uso interessato della legge che la politica ha fatto (a volte più, a volte meno e comunque in particolar modo negli ultimi decenni), attenta più al consenso elettorale che alla coerenza del sistema normativo: una legge con molti “buchi” lascia spazio ad interpretazioni, dubbi, zone grigie che possono, grazie all’ausilio di abilissimi avvocati e consulenti, tornare comunque utili, o per interesse personali, o, come in questo caso, per interesse di una intera parte politica.Anche una legge nata con le migliori intenzioni (dare una risposta concreta ed efficace al problema della corruzione nelle istituzioni) non si sottrae a questa situazione.

Se poi andiamo a leggere il testo della legge capiamo che il problema è anche di tecnica legislativa, ossia di come una legge viene scritta. Se dico che la legge Severino è composta da due soli articoli potrà sembrare che si tratti di un testo sintetico e chiaro. Peccato che il primo dei due articoli sia composto da ben 83 punti e che, per trovare il contenuto normativo tanto discusso in questi giorni, bisogna scorrer pagine e pagine fino al punto 63, a sua volta diviso in lettere e scritto in quel contorto linguaggio che tanto va di moda nelle aule parlamentari.

Si dirà che lo stile legislativo italiano, maturato negli anni, sia ormai questo, che una legge deve poter prevedere ogni eventualità ed essere esauriente fino all’inverosimile. Ma una legge più chiara fin dalla sua stesura, sintetica, diretta, inconfutabile e indiscutibile sicuramente contribuirebbe a ridurre i veleni e la caciara che invece il nostro sistema normativo consente.

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