Il vecchio vizio di rispettare le regole


Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

art.54 Costituzione Italiana

Non esistono sentenze politiche, che piaccia o no: non esistono sentenze politiche, ma solo sentenze, che come tali vanno rispettate.

Cercavo da tempo parole chiare con le quali esprimere un concetto altrettanto chiaro. Le ho trovate in un post di Alessandro Giglioli, che mi permetto di riproporre integralmente:

Quello che fa un po’ sorridere, nelle cronache politiche di questi giorni, è il tormentone delle possibili «ripercussioni sul governo» della sentenza su Berlusconi. Come se fosse questa la posta in gioco.

Sciocchezze: di questo governicchio del rinvio non rimarrà una riga nei libri di storia, se non forse per il grottesco suicidio del Pd.

La questione epocale, invece, è ciò che questa sentenza significherà nell’ambito del lunghissimo scontro fra un potentissimo miliardario down by law con la pistola sul tavolo e il principio elementare secondo cui la giustizia è uguale per tutti.

Tutto qui.

Se ci si distacca un secondo dalla più stretta immanenza politica quello che stiamo aspettando è fondamentalmente l’esito (chissà se finale) della guerra tra Stato di diritto e Stato del più forte.

Finora ha sempre vinto il più forte.

Per “intervenuta modifica della legge” decisa da Berlusconi stesso (Sme-Ariosto, falso in bilancio All Iberian), per prescrizione (corruzione ai giudici del Lodo Mondadori, tangenti a David Mills, finanziamenti illeciti a Craxi, giusto oggi l’intercettazione di Fassino etc) o per amnistia (falsa testimonianza sulla P2).

Ha vinto il più forte nel senso che può ancora vantarsi di non essere mai stato condannato in via definitiva: una verità che peraltro lui distorce sostenendo di essere «sempre stato assolto», come se le modifiche ad personam delle leggi, le prescrizioni e le amnistie fossero assoluzioni.

Oggi o domani, invece, può e deve vincere il diritto. A cui non interessa – non può e non deve interessare – se Berlusconi ha preso otto o ottanta milioni di voti, se cade o no il governo, se i mercati sono nervosi. Deve interessare solo se l’imputato è colpevole o innocente.

Non è difficile. Anzi, è molto semplice. Lineare.

Il resto sono costruzioni ideologiche fantasiose e ridicole (vedi Giuliano Ferrara di oggi), ricatti puri e semplici (la stabilità, la stabilità!), miserie e mercanterie, o soltanto – il più delle volte – grandi paure per il proprio status.

Il semplice e lapidario principio che la legge è uguale per tutti. Punto e basta. Ogni altro significato che viene dato in queste ore alla sentenza che si attende dalla Cassazione è solo un qualcosa che si appunta per deviare l’attenzione, per parlare d’altro e, implicitamente, delegittimare la giustizia stessa.

In queste settimane abbiamo assistito a tutto e al contrario di tutto. Chi parla di “giudizio universale”, chi di “grave momento per la democrazia”, chi si affretta a costruire “eserciti di Silvio”, chi esce a piangere in televisione e chi mette sul piatto i milioni di voti come contraltare del rispetto delle regole. Invece sarà solo una sentenza, come a centinaia ce ne sono ogni giorno in Italia, che deciderà né più né meno se l’imputato avrà o no rispettato la legge. Questo è, e questo dovrebbe essere anche da parte di chi, purtroppo, lega la propria vita, personale, politica, carrieristica ed economica al destino di quell’imputato. E torniamo a quell’anomalia di cui avevamo già parlato. E anche se oggi un sacco di gente si ostina ad affermare il contrario (peraltro senza argomenti validi) quella di oggi sarà solo ed esclusivamente una sentenza. Di condanna, di rinvio o di assoluzione, sarà una sentenza. Pronunciata non in nome della politica ma della legge e di quel vecchio vizio di rispettare le regole.

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