15 luglio 1948


Colpo di Stato, sovversione delle regole democratiche, assassinio di stato… In queste settimane lo stupidario italiano si è arricchito di nuove colorite espressioni che i sostenitori di un leader politico pluri-indagato e pluri-condannato hanno coniato alla vigilia dell’ennesima possibile condanna del loro capo-padrone, peraltro quella che potrebbe sancirne l’interdizione dai pubblici uffici e dalla vita politica. Qualcuno urla alla piazza, qualcuno compare in lacrime al tg, qualcuno forma un (finto) esercito per schierarsi a fianco del capo nella “guerra dei vent’anni”, qualcun’altro prepara e mette in onda special televisivi di parte. Il risultato ha del ridicolo, e vengono in mente le immagini di improponibili folle schierate davanti al Tribunale di Milano, persone motivate da nessun altro ideale se non il fatto che il proprio destino personale era in qualche modo connesso a quello del proprio capo.

Eppure c’è stato un momento, anche in Italia, in cui la gente era pronta a scendere in piazza per un ideale politico. E dobbiamo tornare indietro a tanti anni fa, ad un’Italia che a stento stava uscendo dalla guerra, un’Italia che si stringeva attorno alle istituzioni, sicura che sarebbero state ottime guide per risollevarsi e andare avanti. Era un tempo in cui i segreteri di partito erano figure carismatiche, potenti, rispettate. Storie di tanti anni fa, di un passato non lontanissimo ma nemmeno vicino, dove realtà e leggenda già cominciano a fondersi e lasciano spazio ai “si dice”, dove storia, politica e sport si uniscono insieme in un quadro che rimane nella memoria collettiva del nostro Paese.

Era il 14 luglio del 1948 e l’Italia rispondeva con rabbia alla notizia dell’attentato che aveva fatto temere per la vita di Palmiro Togliatti. In 24 ore uno sciopero generale e violente manifestazioni nelle grandi città paralizzarono il Paese e si cominciò a temere il peggio: i manifestanti imbracciarono armi, le forze dell’ordine risposero, in 3 giorni si contarono 30 morti e oltre 600 feriti. Si pensò ad una imminente guerra civile, al collasso della neonata Repubblica, ad una sollevazione “rossa” mentre sul suolo italiano stavano ancora le truppe americane.

Si dice che a calmare gli animi sconvolti dalla passione politica, fu un’altra grande passione italiana, quella per lo sport. Perché a qualche centinaio di km di distanza si correva la …. Edizione del Tour de France. L’Italia (allora si correva con rappresentative nazionali) era presente con uno dei suoi assi più celebri, Gino Bartali. Ma non era una grande annata, sino a quel momento il capitano italiano aveva collezionato 21 minuti di ritardo da Luis Bobet, leader della corsa. Il 15 luglio, 24 ore dopo che Antonio Pallante aveva sparato a Togliatti, si correva la tredicesima tappa da Cannes a Briançon, il primo assalto alle Alpi di quell’anno, un’eternità di 270 km e 3 salite tra le quali Il gigantesco Col d’Izoard, un’ascesa di 16 km al 6,9% di media che scollina a 2361 metri d’altezza.
Bartali, dato da tutti spacciato per l’età e il ritardo accumulato (tanto che i giornalisti italiani al seguito erano in parte già rientrati in Patria) controllò sui primi due colli, Allos e Vars, e limitò gli attacchi di Lazarides, Impanis e Robic. Fu sull’Izoard che colpì duro. Solo Jean Robic resistette per un po’ agli attacchi del toscano, che scollinò da solo e si presentò con 6 minuti sul secondo al traguardo di Briançon. Luis Bobet arrivò al traguardo con 19 minuti di ritardo, la maglia gialla conservata per una manciata di secondi. Troppo poco per tenere testa ad un Bartali come ancora non lo si era visto in quella edizione della “grand boucle”.
Si dice che allora gli occhi d’Italia si voltarono oltralpe, per l’impresa di un compatriota in casa dei cugini mai amati Francesi e che questa ventata di orgoglio nazionale, unitamente allo scampato pericolo di morte per Togliatti, rasserenarono il clima politico di quei giorni.
Si dice che la sera del 14 luglio fu lo stesso Presidente del Consiglio, De Gasperi, a raggiungerei telefonicamente la squadra italiana, che sulla scia degli avvenimenti in Patria stava meditando il rientro, per scongiurarli a rimanere, correre e vincere nuovamente l’indomani (circostanza però sminuita dallo stesso Bartali).
Ma se non sappiamo quali furono i contenuti di quella telefonata, sappiamo come andarono le cose nei giorni seguenti. La squadra italiana rimase in Francia e Bartali vinse ancora. Vinse il 16 luglio ad Aix-les-Bains, dopo aver affrontato le salite del Galibier, della Croix de Fer, del Portet, del Coucheron e del Granier, prendendosi la maglia gialla e difendendola fino a Parigi. Quell’anno collezionò 7 vittorie di tappa e, primo italiano nella storia, vinse il suo secondo Tour.
Non sapremo mai quali furono gli spiriti che mossero gli animi degli italiani in quei giorni. Fatto sta che ad un passo dal baratro insieme agli inviti alla calma dei politici (tra cui lo stesso Togliatti ormai fuori pericolo), anche un ciclista fiorentino sui pedali diede il suo decisivo contributo e, nella memoria degli italiani, il 15 luglio 1948 fu il giorno in cui Gino Bartali salvò l’italia dalla guerra civile.

Scrivendo queste righe, il mio pensiero va ad alcuni amici che hanno deciso di rievocare quel giorno e che in queste ore staranno pedalando sulle pendici del Col d’Isoard: anche questo è un modo per tenere viva la memoria di quelle imprese e di quei giorni … e questo vuole essere il mio modo di dirgli “grazie”.

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