Li chiamavano “incentivi”


Stando a quanto riportato dai media, gli incentivi adottati dal governo per “incentivare l’assunzione stabile di giovani” sono applicabili solo a soggetti che:

  • abbiano meno di 29 anni;
  • siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi;
  • siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale;
  • vivano soli con una o più persone a carico;

Inoltre, i primi incentivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani sono previsti “in attesa dell’adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020”.

Non dico che questi interventi non servano a niente ed è anzi notevole il fatto che un Governo che si muove in spazi stretti come quelli con i quali si deve confrontare la compagine di Letta. Però appena ho letto qualche articolo relativo alla presentazione del decreto, mi è venuto ben più di un dubbio sulla effettiva portata di questi interventi e sulla loro applicabilità.

Perchè sicuramente i giovani 29enni, disoccupati da almeno 6 mesi, senza specializzazione e con un parente a carico se la staranno passando molto male in questo periodo. Però da quel poco che vedo, l’Italia mi pare piena di persone a cui difficilmente si applicano i 3 criteri alternativi previsti dalla normativa. Ad esempio di 29enni che, a causa anche di una formazione universitaria molto poco collegata al mondo del lavoro, si ritrovano pieni di specializzazioni ma senza sbocchi occupazionali. Anzi, paradossalmente, l’assenza di specializzazione universitaria ha reso molte persone più appetibili per il mondo del lavoro. Tra le mie conoscenze (dato certamente non statistico ma di comune esperienza) quelli che dopo le medie hanno fatto la scelta di entrare nel mondo del lavoro subito, spesso hanno trovato una posizione stabile nella quale permangono.

Stamattina poi faceva scalpore una lettera anonima di un presunto insegnante che raccontava una storia assurda basata su questo intervento del Governo: un genitore che chiedeva all’insegnante del figlio di bocciarlo alla maturità per non fargli prendere il diploma, cosa che lo avrebbe escluso dai benefici del decreto. Secondo me una bufala o una deliberata provocazione (nella quale è cascato però anche un bravo giornalista come Gramellini) . Il requisito dei 6 mesi di disoccupazione, però, comporta che il soggetto beneficiario dell’incentivo si trovi in posizione certificabile di disoccupazione, quindi di aver perso un lavoro stabile (con esclusione dei contratti a tempo determinato di varia tipologia), regolarmente retribuito (con esclusione ovviamente del “nero”). E anche qui nasce il dubbio di quanti siano i possibili beneficiari: attingo ancora una volta dall’esperienza personale e penso a quanti, tra coetanei e non, si danno da fare con contratti a progetto, rinnovati se fa bene, di 6 mesi in 6 mesi. I contratti a tempo, di qualunque tipo, non sembrano venire presi minimamente in considerazione. E questa potrebbe essere una scelta legittima, se non fosse che l’ultima riforma in merito, varata solo poco più di un anno fa, puntava in direzione opposta privilegiando contratti temporanei e il contratto di apprendistato.

Rimane poi il requisito dei 29 anni che esclude comunque tutta una larga fetta di persone leggermente “più anziane” che si trovano nelle medesime situazioni anche grazie a quel già citato sistema universitario che è in grado di dare un’ottima specializzazione, ma dal quale spesso si esce o troppo tardi o senza contatti con le esigenze delle imprese.

Non ho le competenze per analizzare il provvedimento nelle sue linee economiche (rimando al commento che ho trovato molto intelligente di Tito Boeri) ma l’impressione personale è quella che questo decreto (di cui peraltro si sottolinea il valore temporaneo in attesa di futuri interventi in chiave Europea) faccia ben poco per aiutare in maniera significativa imprese e giovani lavoratori.

Le imprese perché distribuendo contributi così limitati e di brevissimo periodo (18 mesi al massimo) si incentivano solo aziende che comunque avevano già intenzione o bisogno di assumere e non si aiutano le altre (che sono molto più numerose e che quindi costituirebbero un volano di ripresa ben maggiore).

E i giovani lavoratori perché da una parte i criteri previsti riducono di molto la “platea” dei potenziali beneficiari e dall’altra il decreto non sfiora nemmeno i problemi e le contraddizioni di una precarizzazione la mia generazione è ormai rassegnata. E si badi: non rassegnata a non avere il buon vecchio posto fisso, rassegnata a convivere con uno Stato (a cominciare dal sistema contributivo e previdenziale) che di sicuro non viene incontro al nuovo mercato del lavoro. E difatti anche quest’ultimo decreto pare tarato sul buon vecchio posto fisso: da una parte ci dicono di scordarcelo ma dall’altra rimane come criterio per gli interventi legislativi. Questo decreto, insomma, è comunque un inizio, ma da solo potrà lasciare ben poco il segno.

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