La sconfitta della “suggestione”


Dario Campione, dalle colonne del Corriere, parlava di una “suggestiva idea” la possibilità di creare un cantone italo/svizzero immaginando la possibilità che le provincie di confine aderiscano alla confederazione elvetica. E’ una fantasiosa ipotesi saltuariamente rilanciata da questo o quel politico locale, generalmente leghista o che necessita di un po’ di visibilità momentanea. Sarebbe davvero una possibilità di riscatto per il nostro territorio? Questa la mia riflessione.

Egregio sig. Campione,

il titolo con il quale il “Corriere di Como” presentava la sua trasmissione è sbagliato e per certi versi pericoloso. Come sbagliate e pericolose sono le fantasie che di volta in volta vengono alimentate sull’argomento. Sbagliate perché si fondano sul nulla. La Svizzera non ci vuole. Lo ha dimostrato più volte dalle polemiche sui ristorni dei frontalieri alle campagne diffamatorie sui “ratti” al trattamento certamente non paritetico che esiste tra i lavoratori. La Svizzera non vuole una “zona transfrontaliera a regime fiscale omogeneo” né tantomeno alcun tipo di unione politica e/o amministrativa. Sa che il suo dorato sistema economico andrebbe in frantumi nel momento in cui si aprisse a moltiplicare la sua popolazione, sa che dovrebbe sobbarcarsi una serie di problemi e di costi infinita e sa che, tra le tante conseguenze, non potrebbe più assumere manodopera con i costi e le agevolazioni che sinora ha avuto. Sui motivi del perché si fomentano queste fantasia non c’è molto da dire: l’antico adagio della secessione da uno Stato troppo spesso lontano, che tenta la strada della legittimazione  dall’esterno (“Ce lo chiedono i nostri elettori e anche quelli del canton Ticino”).

Ma credo che queste “suggestioni” siano anche profondamente sbagliate, ed è questo il motivo per cui sono contrario a queste proposte anche solo ipotetiche. Perché smascherano tutta la debolezza del tessuto sociale comasco.  L’illusione, che io fatico a ritenere suggestiva, che da un momento di crisi ci possa sollevare “qualcun altro” che viene e ci prende con sé. Come dire: rassegnamoci, non abbiamo la forza di rialzarci per cui attendiamo che siano altri a farsi carico di questa situazione. Partire sconfitti in partenza e aspettarsi che , come succede per certe squadre di calcio, arrivi il gruppo di miliardari dall’estero (che salva sì il bilancio, ma solitamente fa piazza pulita delle vecchie dirigenze fino a snaturare in certi casi le società stesse).

Non a caso, dietro a queste proposte, spesso ci stanno posizioni politiche che fanno della secessione un cavallo di battaglia elettorale, “dimenticandosi” di essere e di essere stati a lungo al governo del territorio, a tutti i livelli e per molto tempo, e di essere quindi in parte corresponsabili del ristagno della situazione.

Alla secessione di un territorio che non ha la caratura morale di fare autocritica, di spulciare il recente passato e di guardare le carenze  e gli sbagli; alla secessione di province che non hanno la forza di rimediare, almeno nelle intenzioni, agli errori di ogni tipo studiando strategie valide e concrete (sono anni che ci riempiamo la bocca di “vocazione turistica” senza mai aver partorito un piano complessivo coordinato e coerente, anzi compiacendoci solo per il meritato successo di una mostra all’anno); alla secessione di un territorio che non ha la volontà di rinnovare le proprie classi dirigenti pur in un momento di crisi in cui emergono nettamente i fallimenti del passato, alla secessione, quindi, come fuga dalle proprie responsabilità io non ci credo. E sarebbe bene disilludersi di tutte queste fantasie.

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