2 o 3 cose sui parlamentari


Ogni volta che sento che sta per cominciare un discorso sui tagli agli stipendi dei parlamentari cerco di sviare il ragionamento, sfuggire alla conversazione, cambiare programma tv o frequenza radio. Da un po’ di tempo, prendersela contro la “casta” è ormai diventato lo sport nazionale e la valvola di sfogo della rabbia e dell’indignazione: hai le palle girate? te le vuoi far venire? ti è morto il cane? tua moglie ti mette le corna? Snocciola la lista di stipendi e (veri, presunti, gonfiati) privilegi dei politici che ti sentirai sicuramente meglio, se non altro, perchè sarai riuscito a fare incazzare anche il tuo interlocutore.

I motivi ci sono, non lo sto negando. Che si tratti di una categoria ristretta, ultraprivilegiata e strapagata è chiaro, che per una notevole parte sia purtroppo composta di affaristi, approfittatori, furbi e maneggioni, se non addirittura di criminali, in alcuni casi collusi con la criminalità organizzata è altrettanto fuori di ogni dubbio. Ma credo che a parlare a ciclo continuo di un migliaio di persone circa (parlamentari, portaborse, cariche, assistenti) porti con se il grave rischio di illudersi che li e solo li sia da ricercare la causa dei mali dello Stato Italiano, posizione questa che non solo tende la mano alle più stupide idee di antipolitica che tanto girano su internet, e la pericolosa conseguenza di ignorare ben altri problemi che nei meccanismi parlamentari trovano, magari, legittimazione ma che poi si sviluppano si sviluppano per contro proprio: dai manager pubblici, al trattamento di parte degli statali, alle consulenze facili, agli sprechi nelle amministrazioni minori e periferiche, alle infiltrazioni della criminalità organizzata, alla corruzione, allo sviamento di fondi pubblici, agli appalti truccati….tanto per citarne qualcuno. Non in tutto questo c’entra il Parlamento ed è bene tenerne conto. Tra il demonizzare indistintamente (e ottusamente) un’Istituzione in quanto tale e il proporre soluzioni concrete a problemi concreti passa tutta la differenza del mondo.

E’ facile identificare una categoria come “colpevole” di tutti i mali: è una pratica che evita tanti problemi, sposta su “altri” la ricerca delle responsabilità, ma anche delle soluzioni. Si colpiscano gli “altri” e si colpirà il problema. E quando la proposta diventa massa (tramite i social network, i blog, i commenti e quant’altro) essa diventa sterile perchè raramente si soffermerà a guardare un problema a fondo e a trovarne una soluzione concreta. La polemica di massa è solitamente superficiale. Non a caso, dalle proposte idealistiche (aboliamo il parlamento, facciamo una bella democrazia diretta) a quelle violente (distruggiamo il parlamento e ammazziamoli tutti) sono davvero poche le proposte concrete che vengono avanzate e quelle poste in essere (ci sono amministrazioni che hanno già provveduto in proposito) non ricevono l’eco che meriterebbero.

Credo innanzitutto che ogni riforma debba essere “ricamata” sul contesto temporale e culturale nel quale la si deve applicare. Ad esempio si fa un gran parlare di riduzione del numero dei parlamentari. Io credo che in questo momento sia terribilmente sbagliato. Abbiamo infatti una marea di “parlamentari di professione”, eletti per 5-6-7 mandati di seguito e che pare non abbiano ancora la minima intenzione di tirarsi indietro. Meno parlamentari significa rivedere il sistema dei collegi, i territori in cui è suddivisa l’Italia per le candidature alle elezioni politiche, creando territori più vasti. E chi saranno coloro che si candideranno in collegi elettorali più vasti? ovviamente solo coloro che avranno le possibilità di sostenere una campagna elettorale più ampia e onerosa. Con buona pace del ricambio e della partecipazione.

Alla stessa maniera io trovo stupido lamentarsi dello stipendio dei nostri rappresentanti politici. Fare bene il parlamentare (e ci sono parlamentari bravi e appassionati in ogni schieramento) è un lavoro serio e non semplice, implica un attivo rapporto di collaborazione e di rappresentanza con il proprio territorio di elezione, implica il dover essere presenti e rappresentativi. Io trovo giusto che a questo corrisponda un alto stipendio. Non è lo stipendio ad essere sbagliato: sono il vitalizio e i privilegi concessi a chi parlamentare non lo è più. Checchè la Melandri se la prenda, non ha senso riconoscere una forma di pensione a chi pensionato non lo è, per soli 5 anni di lavoro. Alla stessa maniera non trovano ragione d’esistere i trattamenti particolari di cui godono gli ex presidenti delle camere: se sono ex è perché le loro funzioni sono cessate così come pure le loro esigenze di rappresentanza. Esigenze che non giustificano il mantenimento di uffici, personale, spese. Inoltre, io personalmente, aggiungerei alcuni accorgimenti.

1 – rivedere il sistema di finanziamenti e spese nelle campagne elettorali secondo parametri certi, il controllo rigido e vincolante della corte dei conti e sanzioni severe per chi supera questi parametri. La situazione, oggi, invece, è selvaggia. Anche nelle piccole cose, come i manifesti elettorali, si vive chiudendo un occhio sul rispetto delle regole;

2 – abolire il sistema dei rimborsi spese preventivi che si aggiungono allo stipendio (cifre che vengono messe a disposizione preventivamente con uno scopo specifico: es. collaboratori, materiale informatico, spostamenti) introducendo quello del rimborso sulla scorta delle effettive spese sostenute. Basterebbe imporre ai parlamentari l’utilizzo di conti corrente convenzionati e il pagamento tramite carte di credito collegate. I rimborsi sarebbero sempre inerenti solo alle voci di spesa giustificate. Togliere il controllo su questo al parlamento e assegnarlo alla corte dei conti;

3 – aggiungere regole ispirate dalle buone pratiche delle altre istituzioni europee (a Londra, città che non si è minimamente lamentata dell’area C più cara al mondo, vengono rimborsati solo ed esclusivamente i viaggi effettuati con i mezzi pubblici; ogni altra spesa è a carico del privato);

4 – sempre sull’utilizzo dei fondi, togliere alla libertà del singolo parlamentare la retribuzione dei propri collaboratori. I fondi destinati a questo sono usati con una libertà e una leggerezza che  non hanno euguali nel resto d’Europa e, paradossalmente, il Parlamento Italiano ha un tasso di lavoro nero e sommerso altissimo. Molto meglio sarebbe, per le finanze dello stato e anche dei collaboratori, venire assunti con un unico standard contrattuale direttamente dall’istituzione. Si eviterebbero tutte quelle incresciose situazioni attuali che vanno dalla sistemazione dell’amico/fratello/amante/moglie/figlio fancazzista alla tortura di un contratto a progetto senza regole e orari.

5 – porre un tetto, un freno, un controllo alle retribuzioni dei dipendenti delle Camere, del personale tecnico, dei valletti, degli assistenti. Tutte cose che generano facili generalizzazioni e fanno incazzare chiunque, giustamente direi. Che una stenografa prenda 290mila euro all’anno, come viene riportato da alcuni siti, è semplicemente una vergogna, fa urlare di rabbia e di delusione. Perché, al di là di ogni esagerazione/provocazione, si riesce (si dovrebbe) a condurre una vita dignitosissima ed essere professionalmente gratificati anche con, ad esempio, “solo” 5mila € mensili.

6 – stabilire una volta per tutte, e senza possibilità di giochetti di alcun tipo, l’assoluta e totale impossibilità di cumulo di cariche pubbliche elettive. Il sindaco che si candida parlamentare, il presidente di provincia che si candida alle regionali, in caso di vittoria devono avere un breve termine di tempo entro il quale decidere quale carica mantenere, decadendo automaticamente dall’altra.

7 – Infine, analogamente a quanto appena scritto, vietare nella maniera più assoluta, che durante la durata del proprio mandato parlamentare (ma estenderei la cosa anche ai consiglieri e alle giunte regionali e ai sindaci delle città con più di un certo numero di abitanti) si possa continuare ad esercitare un professione privata. Al momento solo i dipendenti pubblici eletti sono messi automaticamente in aspettativa. Non comprendo come si possa svolgere bene la propria attività politica dovendo fare contemporaneamente l’avvocato o il giornalista o l’industriale. Fare retorica su questo punto è facile ma, visti gli esiti del “governo del fare” berlusconiano e i pesantissimi strascichi di conflitti di interessi è facile altrettanto ribattere. Come possono, per fare un semplice esempio, dire di essere buoni parlamentari gli avvocati Buongiorno, Ghedini, Longo.

Insomma la strada per spegnere la voce alla demagogia e alla facile indignazione è quella di puntare verso l’alto. Ristabilire il concetto che fare il parlamentare, come qualsiasi carica pubblica, è un servizio per il pubblico e un impegno che non ammette conflitti di nessun tipo. Tutto passa da alcune riforme necessarie, come la reintroduzione delle preferenze. Non è certo un percorso facile, né sembra molto praticabile allo stato attuale, ma è la sola strada possibile.

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Un pensiero su “2 o 3 cose sui parlamentari

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