Se così è, non è in nome mio…


Vedo che una parte della rete sta letteralmente impazzendo per questa “rivolta dei forconi” che sta paralizzando la Sicilia.  Blocco dei porti, dei centri di smistamento dei container, dei caselli autostradali: distributori di benzina a secco, autostrade bloccate, supermercati vuoti.

La rete tifa per quella che vede come la variante “armata” degli indignatos, la protesta che finalmente passa dalle parole ai fatti e attacca i centri nevralgici del potere, del sistema, degli affari e della politica corrotta! E dalla Sicilia magari si allarga al resto del Paese! E sin qui niente da dire: finalmente! Solo che…

Il primo dubbio riguarda il fatto che questa “rivolta” vede in prima fila i gruppi degli autotrasportatori siciliani. Certo, ci saranno i  contadini e pescatori, professioni in seria difficoltà, certo ci saranno anche cittadini comuni, ma il “nervo” della protesta è il blocco dei TIR che, così facendo, ferma merci, rifornimenti e carburanti. Fatto sta che però, statistiche alla mano, quella degli autotrasportatori è una categoria al centro di parecchie polemiche e, in settimane cruciali per la riflessione politica sulle liberalizzazioni, la cosa suona molto sospetta. Girano voci di una possibile adesione alla protesta dei taxisti, attualmente di stanza a Roma, mentre all’orizzonte si profila minaccioso il blocco dei distributori di carburante. Guarda caso, categorie che verranno toccate dalle norme attualmente in discussione. Ho speso un po’ di tempo prima di trovare un articolo che spiegasse un po’ la situazione:

Il secondo motivo di perplessità è legato certamente alla natura dei gruppi che stanno guidando la rivolta. Il primo, il Movimento dei Forconi, è nato l’estate scorsa ad Avola, in occasione di una visita dell’allora ministro dell’agricoltura Saverio Romano (anche egli siciliano) cui subito aderirono anche i pastori sardi. I suoi tre fondatori, Martino Morsello, Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata, hanno tutti avuto a che fare nel passato con il mondo politico e imprenditoriale, intrecciati in storie ancora del tutto da chiarire.

Forza d’Urto, invece, ha riunito due sigle di autotrasportatori: AITRAS e AIASS, guidate rispettivamente da Salvatore Bella e Giuseppe Richichi. Non mancano screzi e scaramucce: il primo sarebbe fortemente inviso all’altro movimento, quello dei Forconi, per un’incresciosa storia che ha riguardato negli anni scorsi la realizzazione di un autoparco. Manco a dirlo anche Richichi e Bella hanno in passato collezionato varie esperienze politiche con diversi partiti. Le proteste poi, hanno ricevuto anche il sostegno di alcuni gruppi estremistici, come Forza Nuova, il partito di estrema destra di Roberto Fiore.

Il secondo dubbio riguarda il fatto che sia la Sicilia a scendere in piazza. Non contro la Mafia (anzi la risposta stizzita alle insinuazioni di Confindustria fa capire che il problema è sempre lì dietro l’angolo ma l’omertà è sempre più forte), non contro il cappio dio racket e usura che soffoca le imprese, non contro l’apparato regionale assurdamente costoso e spendaccione, non contro la mancanza di possibilità per i giovani, non contro l’abuso edilizio che devasta il territorio, non contro l’assenza di infrastrutture, non contro le clientele politiche e imprenditoriali. NO: contro i rincari di carburanti e pedaggi autostradali.

Motivazioni quantomeno curiose in una regione che ha sempre goduto, causa Statuto Speciale, di finanziamenti e fiscalità particolari. Alcuni sostengono (ieri a Radio24) che i benzinai a Palermo hanno sempre manomesso i contatori. E allora che si protesti contro di loro che c’entrano i supermercati? Altri si battono contro l’inettitudine della classe politica siciliana: ma qualcuno li avrà pure eletti e ri-eletti, no?

Il terzo dubbio è sulle modalità che sta assumendo la protesta. Il blocco della distribuzione delle merci e dei carburanti non solo sta costringendo la chiusura temporanea di molte aziende, non solo ha portato una scossa di paura e timore nella popolazione per il possibile e sempre più vicino esaurimento delle scorte, ma va proprio a peggiorare il ristagno economico dell’isola che sta alla base delle rivendicazioni dei manifestanti.

Insomma, ben altro di quello che ci vorrebbe per un’economia come quella siciliana. E poi a chi giova avere i prodotti agricoli che marciscono nei depositi e i supermercati vuoti. Però chi può dire cosa succederà, da qui a qualche mese. Magari con il ritorno di un governo più “amico” di quello attuale, queste settimane di paralisi saranno il pretesto di qualche  provvedimento ad hoc per il conferimento di finanzialmente particolari, a sostegno dell’economia, come purtroppo se ne sono visti in passato.

Quello che c’è di assurdo in questa vicenda è che dopo anni e anni di governi che, dalla DC del sacco di Palermo a Berlusconi, hanno distrutto l’assetto economico e sociale del Sud (e chi non si ricorda i grandi progetti Berlusconiani per il Sud è meglio che vada a ripassarsi la storia) si proceda ora alla lotta “senza se e senza ma” solo perchè non si vuole accettare che adesso, volenti o nolenti, bisogna pur ripartire, e che questo coinvolge direttamente i cittadini, che si faccia un tifo acritico verso qualunque cosa che sia “contro” senza fermarsi un istante a ragionare solo in nome dell’antagonismo ad un non ben definito sistema, che si faccia passare le tante proteste di categoria che difendono fondamentalmente delle posizioni corporative consolidate come la rivendicazione di diritti per tutti verso un sistema più giusto (come si cercava di far passare nella puntata di ieri di “Servizio Pubblico”) non mi pare molto condivisibile. Anzi, la trovo una grossolana e comoda approssimazione per riuscire nel doppio intento di difendere situazioni di “comodità” (evitare ad esempio di allargare il pedaggio ad altri tratti stradali) e ottenere appoggio e consenso sfruttando abilmente la “pancia” di un territorio che ha certamente molti problemi.

Anzi mi sembra invece solo un pretesto come un’altro per conservare lo stato di fatto delle cose, misto ad un cronico ribellismo siciliano (per dirlo con le parole del presidente di Confindustria Sicilia) che non giova a nessuno se non a chi ha qualcosa da difendere. Insomma mi pare che con la scusa della protesta “al sistema”, alle banche (sempre loro!) alla “classe politica corrotta” (che poi da chi mai sarà stata eletta), si cerca invece di preservare proprio quelle cose che hanno fatto della Sicilia, sinonimo di sperperi di denaro pubblico e di clientele elettorali. E nella folla, non è facile distinguere chi sia in genuina buona fede e chi sia mosso da ben altri “ideali”.

Al momento la protesta siciliana non mi pare molto lodevole, non mi sembra quel movimento di popolo, sincero e trasparente che l’informazione del web e di certi ambiti giornalistici, vuole far passare. Se questo “movimento dei forconi” pretende di essere una voce seria dovrà fare ben altro di qualche scalmanata e sarà chiamato a dimostrarlo anche in altre sedi, a cominciare da quella elettorale. Quanto vedo ora sta andando in ben altra direzione: quella del (pretendere di ) cambiare tutto per non cambiare niente, e se, come si augurano di verse voci del web, questo metodo si dovesse estendere al resto del Paese, non sarà una grande prova di civiltà.

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