La necessità di un messaggio chiaro


Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, avvertito l’odore della imminente guerra di successione a Berlusconi, si è gettato in aperta campagna elettorale vestendo, da qualche settimana a questa parte, i panni dell’eroe federalista che combatte contro il centralismo cattivo e arraffone della politica nella Capitale: in palio c’è la speranza (o l’illusione) di accaparrarsi parte del deluso elettorato leghista.

Peccato che tra il dire e il fare passa tutta la differenza del mondo! Ecco dunque che, mentre da una parte si continua a piangere miseria sui tagli dell’ultima finanziaria con toni catastrofici (“Nel prossimo bilancio la Lombardia rischia di non riuscire a coprire nemmeno le spese obbligatorie” profetizza l’assessore Colozzi) e ad avvertire che a farne le spese saranno ovviamente il welfare e il trasporto pubblico locale, dall’altra parte si continua a rinviare i tanto a lungo promessi tagli alla spesa pubblica. Anzi! Nonostante la fase di profonda crisi non si rinuncia ad aumentare di ben 1 milione e 182mila euro il budget di spesa per quest’anno, che passa da 70.050.740 a 71.232.740 euro.

Centotrentamila euro in più per pagare i contestatissimi sottosegretari del governatore, introdotti dal nuovo statuto. Oltre 173mila (il 50 per cento in più rispetto a prima) solo per la realizzazione di «trasmissioni radiotelevisive sull’attività del Consiglio». Ben 150mila per l’altrettanto discusso rimborso chilometrico delle spese di trasporto dei consiglieri regionali che passano da 695mila a 845mila. Sessantamila euro in più per pagare consulenze che quest’anno sono cresciute da 80mila a 140mila euro. Duecentocinquantamila in più per finanziare congressi, convegni, seminari e patrocini il cui costo è lievitato, dalla previsione di inizio anno di 410mila euro, a 670mila. E per i contestati vitalizi agli ex consiglieri, che da più parti si chiedeva di ridimensionare, arrivano 130mila euro in più.

Il risultato è il quinto assestamento di bilancio dall’inizio dell’anno. A questo bisogna poi aggiungere la giostra di finanziamenti a pioggia che vengono rilasciati come patrocinio dei piu’ svariati eventi organizzati sul suolo regionale, senza riguardo alle finalità e ai contenuti delle  diverse iniziative di carattere culturale o pseudo tale, gastronomico, ricreativo, ludico ecc.: tra i tanti, spiccano i 13mila euro riconosciuti ad una fondazione presieduta da Umberto Bossi. Contributi singolarmente di piccola entità che però, considerati nell’insieme giungono alla considerevole cifra di 670mila euro.

Sulla vicenda pesa, forse non ai fini dell’approvazione dei provvedimenti, ma sicuramente dal punto di vista simbolico, il comportamento del Pd che, insieme al gruppo dei Pensionati, ha scelto di astenersi su di una mozione di IdV e SeL che chiedeva la riduzione dei contributi visti sopra. Non so quali siano i motivi che hanno portato a questa decisione, sicuramente sarà stata ponderata e valutata. Fatto sta che la ritengo un errore, alla luce di questo particolare momento politico italiano nel quale è necessario assolutamente  dare segnali netti e chiari come richiesto da fette sempre più larghe della pubblica amministrazione.

Tanto si è parlato di tagli alla spesa pubblica, di evitare gli sprechi, di ripartire dall’ottimizzazione delle risorse: questo è quello che ha scatenato l’indignazione della gente negli ultimi mesi e che ha portato a fare promesse su promesse. Ora è il momento di mantenerle o almeno, di schierarsi “senza se e senza ma” dalla parte di chi quelle promesse vuole (o almeno provare) a mantenerle. Anche se si tratta di proposte deboli o votate all’insuccesso. Bisogna ora comportarsi con la responsabilità che merita la residua fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. Anche se si tratta di scontentare la promessa fatta in campagna elettorale a questa o quella pro-loco, a questa o quella banda cittadina, a questa o quella associazione culturale.

Nel momento di minima autorevolezza della classe politica, nel momento della massima disaffezione della società dalle proprie istituzioni, nel momento del trionfo del “siete tutti uguali”, la differenza si fa anche con i simboli.

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