Scelte di fondo


E’ di due giorni fa la notizia che nel corso di un blitz anti-mafia operato dalle forze dell’ordine sono finiti in manette 2 candidati in lista per le imminenti elezioni del consiglio comunale di Quarto, in provincia di Napoli: Salvatore Camerlingo, cugino del boss Salvatore Licciardi, accusato di spaccio di droga e detenzione illegale di armi, e Armando Chiaro, accusato di essersi intestato beni del clan Polverino facendo da prestanome.

Il Fatto quotidiano, provocatoriamente, in questi giorni  pubblicherà la lista dei 13 (tredici!!!!) candidati  alle Comunali di Milano per i quali sono provati rapporti con boss ed esponenti della criminalità organizzata. Sebbene la tesi sposata dal quotidiano di Padellaro sia estrema e per certi versi irrealizzabile (candidare esclusivamente non solo incensurati, ma anche persone capaci escludendo tutti gli altri: come dimostrarlo????)richiama l’attenzione su un nervo scoperto della vita politica italiana.

Il pericolo di infiltrazioni mafiose nel sistema politico non è una fantasia. Esiste una sempre piu’ vasta documentazione e letteratura rigurdante “l’ultima frontiera” dell’espansione del potere mafioso: l’infiltrazione nei tessuti della società attraverso vie legali (come legittime elezioni, appalti, oppure – e riguarda soprattutto il nord, la creazione di società legali e in regola per il riciclaggio degli ingenti proventi delle attività illegali).

Con buona pace di quella folta schiera di persone e mezzi di informazione che ritengono che il fenomeno mafioso sia sopravvalutato, esterno all’apparato Statale, confinato solo nelle regioni del Sud o limitato a stereotipi e macchiette. Da Berlusconi a Maroni, dal Giornale a La Padania. La mafia 2.0 è imprenditrice, ramificata e politica e negare ciò è forse l’arma più forte che possiede.

A fianco delle ipotesi di reato ci sono poi quelle di “etica”.

C’è il caso  – noto a tutti – di Lassini (che con tutta probabilità sarà logicamente prosciolto).

E c’è quello di  Marco Clemente: candidato nelle liste del PdL sembrerebbe 8il condizionale è d’obbligo) essere stato intercettato in una conversazione con Giuseppe Amato, detto Pinone, considerato uomo del clan Flachi. Oggetto della conversazione: il proprietario di un bar colpevole di non stare al passo con le rate del pizzo. Il candidato avrebbe espresso un suo commento “spero che muoia come un cane”. Da un punto di vista strettamente giuridico non si puo’ trovare nulla da dire. Non si configura qui alcuna ipotesi di reato ma di sicuro siamo in presenza di una situazione che, se confermata, varca decisamente un confine di opportunità e di decenza che chiunque aspiri ad una carriera pubblica dovrebbe essere ben lungi dal superare.

È venuto forse il momento di compiere scelte di fondo nette e decisive per arrestare e invertire queste tendenze e riportare in alto il livello della qualità della partecipazione politica.

Lo deve fare la politica istituzionale adottando provvedimenti legislativi e scelte di autoregolamentazione che riportino in alto il livello di qualità della partecipazione politica. Lo deve fare la politica istituzionale, attraverso iniziative normative che prevedano – ad esempio – l’esclusione dalle competizioni elettorali di condannati in via definitiva per determinate categorie di reato oppure che estendano l’utilizzo della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici (vedi il caso Berruti che già richiamavo). lo devono fare i partiti, attraverso l’adozione di strumenti forti e rigorosi di autoregolamentazione interna e di selezione delle candidature e dei propri vertici. Anche se questo costerà dolorose scelte sul piano umano e in termini di consenso elettorale: il primo rimedio sarebbe inutile senza il secondo e viceversa proprio per riuscire ad arrivare a distruggere i circoli viziosi delle clientele elettorali.

Far si che si rompa finalmente il terribile paradosso di un paese nel quale un bidello debba avere la fedina penale immacolata mentre in parlamento siedono 18 condannati in via definitiva per vari reati e altri 52 che stanno affrontando i primi gradi di giudizio o sono in attesa di giudizio. Perché anche da questi aspetti nasce e si alimenta la disaffezione dei cittadini per la politica e per la partecipazione.

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Un pensiero su “Scelte di fondo

  1. Vietare la politica ai pregiudicati significa stabilire per legge che uno che ha commesso un errore non sia in grado di cambiare, evolversi e, a prescindere da tutto, governarci. La cosa darebbe anche un potere direttamente politico ai giudici, che -al di là delle manie di persecuzione di Berlusconi- non sono sicuramente nuovi a piccoli-grandi abusi. Per questo sono come sempre contrario a una regolamentazione rigida su questa questione. In fondo è per lo stesso motivo per cui non ci piacciono le quote rosa…
    La vera questione è che chi vota dovrebbe essere informato su tante cose, tra cui anche il “curriculum” dei candidati, così da decidere in piena consapevolezza. Il fatto che informato non lo sia dipende un po’ dai mezzi di informazione, un po’ dagli elettori stessi…

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