La schizofrenia di Rue Froissart e la fine della Realpolitik


Chissà se un giorno Roberto Calderoli verrà ricordato per quella “realpolitik” che ha tanto difeso in occasione dell’ultima visita di Gheddafi a Roma, 3 anni e 6 mesi dopo che una maglietta anti-islamica da lui mostrata durante un’intervista televisiva scatenò una feroce protesta di piazza che lasciò sul campo 11 morti e una cinquantina di feriti nel tentativo di assaltare il Consolato Italiano di Bengasi.

Dopo altri 2 anni, pare che un tormentone circoli tra gli ambienti diplomatici europei. La chiamano “schizofrenia di Rue Froissart” e colpisce con un’insolita frequenza i politici italiani in visita al Consiglio dell’Unione Europea ( incontrando solitamente i giornalisti entrando, appunto, da Rue Froissart) i quali, appena prima di cominciare una riunione comunitaria che ha per oggetto un’atto di accusa contro un dittatore, rilasciano puntualmente, davanti ai giornalisti e alle telecamere, dichiarazioni benvolenti o accomodanti nei confronti dello stesso dittatore. Salvo poi ratificare prese di posizione diametralmente opposte.

Successe con Lukashenko (ma poi l’Italia sottoscrisse le sanzioni contro la Bielorussia), successe poco tempo fa con Mubarak, di cui Berlusconi lodó la saggezza, ed è successo anche alcune settimane fa con il ministro Frattini che, unico tra tutti i suoi Euro-colleghi, sposava il percorso politico delineato nel discorso di Saif al-Islam, figlio di Gheddafi e figura chiave della dura repressione contro gli insorti libici. Per carità, si è trattato, come in tutti gli altri casi, solo di dichiarazioni: l’Italia, infatti, ha poi sottoscritto il duro atto di accusa stilato dalla riunione dei ministri degli esteri (si veda l’efficace ricostruzione di Travaglio).

Ma tanto è bastato per ribadire sulla stampa internazionale  – come se davvero ce ne fosse bisogno – l’assoluta incompetenza dei nostri vertici politici e diplomatici e l’inconsistenza del “peso” dell’Italia sul piano internazionale. Davanti alla stagione di rivolte popolari scoppiate in tutta l’Africa Mediterranea e nel medio Oriente, infatti, l’intera strategia della politica estera italiana mostra ora i suoi lati più fragili e contraddittori.

E’ il momento dunque nel quale si pagano le scelte; si paga una strategia diplomatica che poggia su 2 cardini: lo stretto rapporto confidenziale/personale e il vantaggio in termini puramente economici.

Il secondo aspetto sta alla base dei profondi legami economico/energetici raggiunti con alcuni Paesi dell’area ex-sovietica, Russia in testa, e con la Libia; il primo aspetto, oltre che  funzionale al secondo, è anche la modalità con cui l’Italia si è relazionata con la Comunità Internazionale privilegiando il profilo del singolo (il Presidente del Consiglio) caratterizzandolo di affabilità intrisa di goliardia, a discapito dell’autorevolezza e dell’affidabilità delle altre figure istituzionali: Frattini e Maroni in primis.

Tentare di conciliare questo modo di fare con le regole della diplomazia, giustificare alle Istituzioni internazionali i sempre più stretti e discutibili rapporti con soggetti come Putin, Gheddafi, Nazarbaev e Lukashenko viene da più’ parti letto come sintomo di grave inaffidabilità. Ne consegue che, in parecchi casi, l’Italia si sia ritrovata impossibilitata a prendere una posizione adeguatamente forte e definita.

Nell’imbarazzante immobilità della diplomazia di EU, Nato e Onu, l’Italia aveva l’opportunità preziosa di giocare un ruolo fondamentale nell’inedito scenario del Mediterraneo, dove avrebbe potuto fare valere  cultura, storia, posizione come punto di riferimento politico e diplomatico dell’area. Una partita persa dal 2008, quando l’Italia stipulò il “Trattato di Amicizia, cooperazione e partenariato” con la Libia. Per siglare l’accordo con il colonnello, l’Italia di Berlusconi ha sacrificato molto: a cominciare dalla dignità e dalla memoria. Non trovo altre parole per descrivere il pesante conto economico del trattato oltre allo schiaffo morale dato agli oltre 70.000 italiani che il 7 ottobre del 1970 furono costretti a fuggire dalle proprie case e a rifugiarsi in Patria senza più affetti, case, nulla. Le accoglienze trionfali del dittatore libico a Roma e l’ampio spazio concesso alle sue ridicole pretese sono state un duro colpo alla nostra credibilità politica.

Ecco, però, come ripaga la realpolitik basata sull’immediata convenienza economica. Oggi ci ritroviamo, infatti, con molta meno credibilità nella comunità internazionale e con un partner commerciale ed energetico divenuto in breve tempo essenziale, che minaccia, indipendentemente da come si risolverà la situazione interna libica, di fare dietro-front: troppo vicini a Gheddafi per avere buoni rapporti con i “ribelli” (qualora vincessero), traditori nel momento del bisogno per il dittatore africano (qualora riconsolidasse il suo controllo).

A poco servono i ripetuti tentativi di Frattini, ministro incredibilmente attivo solo in determinati casi, di tenere sotto controllo una simile situazione contraddittoria. Quel “Gheddafi non può essere cacciato” detto stamattina in Aula fa coppia con quel “non voglio disturbarlo” pronunciato da Berlusconi all’inizio delle prime rivolte nella Cirenaica e rappresentano tutta la difficoltà italiana ad avere un ruolo in questo momento storico.

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