Dalla parte delle donne?


Sono sempre stato contro le “quote”. Sono sempre stato contro la ripartizione “ex lege” di posti riservati ad una particolare categoria (tra i soggetti normodotati ovviamente). Lo ero quando alcuni partiti, nella predisposizione dei propri congressi, prevedevano esplicitamente quote per donne e giovani e lo sono tutt’ora. Non intendo assolutamente sposare tesi pretestuose, e oggettivamente stupide, come alcune che si leggono qua e là, ma nessuno dunque si sorprenda nel sapere che il Ddl che fissa ad un minimo del 30% la presenza delle donne nei CdA delle aziende quotate, mi lascia sinceramente perplesso. Mi lascia perplesso soprattutto dal momento che, abbracciando ipoteticamente per un solo istante la necessità di una previsione legislativa di quote riservate alle donne, la norma in discussione al Parlamento mi sembra francamente assurda. Non ne capisco l’utilità e nutro seri dubbi sulle effettive ragioni che stanno dietro alla promozione di questo testo.

Riconosco, questo si, il grande valore simbolico che questo provvedimento può avere in Italia, ma non credo che la cosa possa essere presa come un vanto: tutt’altro! Sono scettico innanzitutto circa l’utilità pratica di questa norma. Che si abbia almeno l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il proprio nome: questa legge servirà per aumentare la quota femminile in un ambiente ristretto ed elitario come i CdA delle imprese quotate o di quelle a partecipazione statale. Stiamo quindi parlando di avanzamento di carriera per manager, non certo di tutte quelle situazioni e condizionamenti che, dalle forme più leggere e superficiali a quelle che integrano vere e proprie figure di reato, costituiscono le vere e gravi disparità di trattamento tra generi. Certamente si può dire che stiamo parlando solo del primo di una serie di auspicabili interventi che introducano predisposizioni simili in tanti e altri ambiti della vita civile fino alla politica (come afferma la Presidente di Confindustria Emma Marcegallia).

La cronaca però ci dimostra come esistano partiti che applicano già ampiamente le quote rosa e con rigidissime selezioni. Come il PdL, ad esempio (sono ovviamente ironico). A che servirebbe, infatti, avere quote prestabilite se poi la scelta delle candidate avviene con i metodi che sono sotto gli occhi di tutti. In tutta franchezza, alla luce di questa diffusa cultura del sesso e del sistema elettorale attualmente in vigore, preferisco un parlamento con solo 3 donne competenti e preparate piuttosto che con un 30% garantito in buona parte occupato da figure selezionate tra ex-veline, ex-meteorine, nipotine o igieniste dentali.

Non mi sto inventando nulla: sto semplicemente parlando di quello che è successo in parte alle ultime Elezioni Regionali (leggi “Minetti”) o Europee (quando la situazione venne fortunatamente mitigata dallo scalpore suscitato dalle dichiarazioni di una scatenata Veronica Lario). Non dico questo per fare torto a qualcuno ma semplicemente per ribadire un concetto spesso dimenticato: una legge andrà sempre e comunque applicata verso tutte le situazioni, non solo in quelle “ideali” e “buone”.

Certo – accennavo prima – è comunque una boccata d’aria, un gesto simbolico e inedito nel panorama italiano. E ci sarebbe da gioire in questo? Mi pare solo un altro modo per rendere ancora piu’ spietato il confronto con altre Nazioni, piu’ volte invocate a modello di questo provvedimento. I Paesi Scandinavi, con le loro altissime percentuali di partecipazione femminile alla vita pubblica e civica, ci invitano piuttosto a fare chiarezza rispetto a tanti luoghi comuni. In primo luogo, solo la Norvegia prevede “quote rosa” nelle proprie leggi elettorali mentre solo alcuni partiti le prevedono nei propri statuti: la Danimarca, ad esempio, il secondo paese per rappresentanza femminile al mondo, non ha alcun tipo di quota. In secondo luogo, i partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote negli anni ’80, quando le donne occupavano già il 20-30% dei seggi in Parlamento (la percentuale già più alta dell’epoca). Questo perché il vero decollo della rappresentanza politica delle donne nei paesi scandinavi è avvenuta negli anni ’70: molto prima dell’introduzione di qualsiasi quota.  Terzo, ed è il conseguenza dei primi due, appare chiaro come, laddove si siano inseriti meccanismi di tutela di un genere nell’ordinamento nazionale, ciò sia stato possibile solo partendo da una situazione nella quale la componente femminile aveva già trovato presenza, potere e radicamento nelle istituzioni. Altrimenti l’introduzione di normative sulle quote rosa sarebbe stata  fermata dai colleghi uomini.

Il nocciolo della questione si sposta quindi nel campo della maturità culturale e sociale. Spietatamente: impietoso è il divario tra la maturazione e la cultura sociale di questi Paesi e l’Italia. E’ su questo fronte – l’unico – che bisogna lavorare tenacemente per costruire una effettiva e quotidiana parità di trattamento e di opportunità e, in secondo luogo, è l’unica strada che garantisce un salto di qualità tale da evitare i rischi di un uso perverso di ogni norma messa a salvaguardia di “quote” di qualsiasi genere.

Alla luce di tutto questo ragionamento ho dei sei dubbi poi sulle effettive volontà che stanno dietro alla promozione di questo DdL. Sincera voglia di parità tra i sessi oppure tentativo di lasciarsi alle spalle mesi difficile nei quali è emerso un diffuso sottobosco di relazioni che hanno come perno il sesso in cambio di favori e denaro?

Se dietro a questa norma stanno solo buone intenzioni che senso ha proporne la decorrenza a regime solo dal 2021 (come era stato inizialmente proposto dal governo) poi divenuto 2015? Se dietro a questa norma stanno solo buone intenzioni che senso ha limitarsi al mondo ristretto e limitato dei CdA delle grandi imprese (saro’ prevenuto ma ho l’impressione che le donne che vi siedono sono quelle meno esposte ai problemi della differenza di trattamento: sarò felice di venire smentito)? Se dietro a questa norma stanno solo buone intenzioni, infine, che senso ha presentare un emendamento,  a firma PdL (on.Mario Ferrara), che “impegna l’esecutivo ad adottare agevolazioni fiscali per compensare l’aggravio dei costi per le assemblee straordinarie che dovranno applicare la legge sulle quote rosa”?

L’ultimo elemento di scetticismo, infine, è puramente “formale”: si tratta ancora solo di un Disegno di Legge che, al di là di come sempre le notizie vengono riportate,  necessita ora di una ulteriore lettura alla Camera dei Deputati. In una situazione parlamentare normale il passaggio finale in aula sarebbe solo una ratifica di un lavoro ormai profondo e accurato. Ma di questi tempi ogni voto è carico di insidie e le notti romane sono lunghe tra incontri, accordi, decisioni, ripensamenti e – soprattutto e purtroppo – voti blindati. E in questo caso sarebbe interessante vedere come voterebbero le onorevoli di alcuni schieramenti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...