La giustizia dell’imprecisione…


Permettetemi un paragone molto azzardato. In questi giorni ci sono, a migliaia di chilometri di distanza, due competizioni in corso, molto diverse tra loro ma entrambe molto seguite nei rispettivi ambiti: le Olimpiadi Invernali di Vancouver e il Festival di Sanremo. Non sto delirando: entrambi sono dei simboli rispettivamente per la bravura sportiva e per l’abilità canora. Chi vi partecipa corona un sogno per la propria carriera presente e futura.

Assistendo alla finale – assurda per molteplici aspetti –  della nostra manifestazione canora mi sono ritovato a pormi una insolita domanda: se Evgenij Pljuščenko fosse stato giudicato con il televoto anzichè da una giuria di 9 esperti, come si sarebbe conclusa la gara per la medaglia olimpica di Vancouver? E’ il pattinatore più noto al mondo, considerato uno dei migliori di tutti i tempi, la cui bravura lo ha portato alla conoscenza del grande pubblico in uno sport solitamente lontano dalle telecamere.

Eppure lo “zar” Pljuščenko si è classificato secondo, dietro all’americano Evan Lysacek, per soli 1.51 punti, colpevole di alcune sbavature nella sua esibizione comunque (ad occhi profani come i miei) assolutamente strabiliante. Insomma è il verdetto: può piacere o non piacere ma fa parte del gioco, è parte della sfida e come tale lo si accetta. Tutto rimesso nel giudizio di alcuni esperti, esseri umani e pertanto fallaci e soggettivi.

I tre finalisti del Festival di Sanremo erano: il  vincitore di un talent show, il secondo classificato del talent show rivale e una coppia di conduttori televisivi da qualche anno stabile e affermata (affiancati da un terzo). Il giudizio affidato al televoto da casa! è chiaro che quando si è già sulla bocca e nel cuore delle folle televisive non è difficile “mobilitarle” a proprio favore. E paradossalmente, nella finale del più grande  festival canoro italiano, la musica e il canto contano meno di nulla. Basta avere tanti fans che sacrificheranno 75 cent per un SMS.

A poco vale il fatto che il voto popolare sia “attenuato” dal giudizio dell’orchestra (composta in parte da co-autori dei brani stessi). A poco vale la bravura  di gente come Irene Grandi, Malika Ayane, Simone Cristicchi ecc…

Chissà come si sarebbe concluso il Festival se la scelta del vincitore fosse stata affidata a una giuria (anche numerosa) di esperti di musica, composizione, canto, arrangiamento? Del resto è una competizione canora: si misura la canzone considerata più bella e le doti di canto migliori, nulla di più. Si valuterebbe il testo, l’estensione vocale, la capacità di interpretazione, l’arrangiamento orchestrale: insomma una canzone in quanto tale!

Una giuria è umana, imprecisa, fallace, soggettiva ma proprio per questo GIUSTA: l’idea del giudizio, di spendersi per dare il meglio di se’, di non partire con la sicurezza di avere una “mano in più” mette tutti sullo stesso piano, famosi o ragazzini alle prime armi. Se il Festival è una competizione, se vuole ancora esserlo, allora è giusto che chiunque sia ammesso a parteciparvi (e anche su questo punto si gioca una grossa fetta della credibilità della manifestazione) vi gareggi con le stesse possibilità e armi a disposizione. E credo anche che in questo caso si riuscirebbero a spazzare via tutte le polemiche, chiacchere e scemenze che di solito seguono alla settimana dell’Ariston.

Sarebbe anche un notevole passo per ridare credibilità ad un carrozzone che, nonostante gli ascolti elevati e i tentativi di innovarlo, è, di anno in anno, sempre più anacronistico e surreale.

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