Quando l’ipocrisia è intrinseca al problema.


Per trovare una soluzione alle cose credo che sia sempre necessario guardare nel mezzo di opinioni discordanti e opposte, fare un’accurata descrizione dei fatti e delle situazioni, al fine di comprendere le problematiche, accettare di guardare l’oggetto da prospettive differenti per cogliere quegli elementi che a prima vista possono sfuggire, e fare una buona opera di informazione di tutto questo ai cittadini per evitare che l’opinione pubblica si basi su preconcetti e visioni parziali. Certo bisogna volerle tutte queste cose.

Leggendo il Corriere della Sera dell’8 gennaio 2010 ho apprezzato come l’articolo di Angelo Panebianco dal titolo “La fermezza e l’ipocrisia” metta in luce un aspetto molto netto del dibattito sorto intorno agli immigrati, in particolare in questi giorni segnati dai violenti fatti di Rosarno: la strada giusta non può assolutamente ricercarsi nelle posizioni consolidate, negli estremi, nel “io ho ragione, voi no”, e nelle dichiarazioni urlate. Inoltre appare evidente come un tema importante come questo sia sempre più ostaggio di una retorica – da destra a sinistra –  sempre più ideologica e pertanto inutile ridicolmente estremizzata nelle dottrine dell’accoglienza “senza se e senza ma” e del “respingimento dell’invasione”.

Panebianco usa un termine molto forte “ipocrisia”. E ha ragione. Nell’ottica che ho descritto sopra, infatti, è facile vedere come di ipocrisia, in questo tema, ce ne sia parecchia.

Ipocrisia è credere che sia un tema facile da affrontare e altrettanto da risolvere. Partiamo dal presupposto che le vicende legate all’immigrazione e all’accoglienza dell’altro sono il punto dolente di ogni ordinamento nazionale moderno. Non esiste al mondo un solo Paese e un solo sistema sociale dove le soluzioni poste ai problemi legati ai flussi migratori e all’integrazione dei nuovi arrivati non siano in qualche misura falliti. E mi piace pensare a paesi che hanno dovuto affrontare questo problema in temi ben precedenti (USA, Inghilterra, Francia) o in misura molto maggiore che in Italia (Germania).

Ipocrisia vi è laddove si invocano norme a casaccio per legittimare le proprie azioni in un senso o nell’altro. Sbaglia Panebianco a citare Shengen come origine delle pretese di accoglienza così come sbagliò Maroni a legittimare i respingimenti delle scorsa estate con delle non meglio specificate “indicazioni europee”. In realtà esiste una lunga lista di Trattati, accordi, convenzioni internazionali che lo Stato Italiano ha sottoscritto e ratificato che prevedono una serie di norme, trattamenti, indicazioni poste a tutela dello straniero e del richiedente asilo. Per questo i respingimenti non possono essere tollerati. Per questo sicuramente verranno messi sotto procedura davanti alla Corte Costituzionale o alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ipocrisia vi è – a tal proposito – laddove di insiste a vedere una “casta” di magistrati che mira ad un sovvertimento dell’ordine delle cose attraverso l’opposizione a tutto ciò che centra lontanamente con Berlusconi. Io la chiamerei piuttosto sindrome di accerchiamento.

Ipocrisia vi è anche laddove si incensano i respingimenti e gli evidenti successi di questi metodi quando è risaputo che il grosso dell’immigrazione clandestina transita dai confini continentali più che dal mare, così come il fatto che all’intensificazione dei pattugliamenti marittimi non è corrisposto un adeguato finanziamento dei centri di accoglienza nel sud Italia, e la crisi di Lampedusa ne è una prova.

Ipocrisia vi è laddove si tenta di fare di tutta l’erba un fascio, senza tenere conto delle particolarità della singolo episodio. Questo emerge con grande chiarezza pensando a Rosarno. Un luogo – uno dei tanti –  dove centinaia, forse migliaia , di immigrati svolgono lavori onesti, per quanto poco oneste siano le condizioni nelle quali questi lavori gli vengono dati. Sono immigrati stranieri, regolari, irregolari, richiedenti asilo o rifugiati.

Ipocrita è dunque chi oggi si indegna della presenza di queste centinaia di immigrati sul nostro suolo senza domandarsi nemmeno che cosa fossero lì a fare, perché, quali fossero le motivazioni che li spingevano a fermarsi nelle fabbriche dismesse di un paese sperduto della Calabria.

Ipocrita è infatti chi in questi giorni – come ricorda giustamente Saviano – non ha detto una sola parola di accusa nei confronti dei proprietari dei terreni, della mafia e di tutte le altre forze che direttamente o indirettamente favoriscono e alimentano quel mercato di schiavi che ruota intorno alle grandi distese agricole del sud, che prendono in nero migliaia di stranieri senza dargli la minima tutela di fronte a turni massacranti, chi li obbliga a nascondersi perché clandestini e non li regolarizza e infine chi li ha presi a sprangate per aver chiesto un salario più onesto . I dati ufficiali dell’Inps del 2009 rivelano che a Rosarno, nelle liste dei braccianti, risultano iscritti 1600 italiani a fronte di soli 32 stranieri: fantasmi o poco più, indispensabili nei campi, fastidiosi alla vista.

Ipocrita è anche chi rimprovera la posizione di “troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza” dimenticandosi che quella accoglienza è la diretta e concreta applicazione degli insegnamenti del Vangelo.  Lo stesso Vangelo che si invoca quando c’è da inchiodare crocefissi sui muri ma che si dimentica in fretta quando non consente di acchiappare voti.

Dopo questo piccolo esercizio di logica credo che l’ipocrisia non sia tanto nelle parole di quelli che non la pensano in una determinata maniera ma è piuttosto nelle modalità globali con cui si è affrontato questo problema sino ad oggi. Se non si vuole rimanere inchiodati nella relatività delle proprie opinioni allora servirebbe davvero aprirsi muovendo da 2 idee chiave:

  1. questo problema è troppo complesso, esteso e sfaccettato;
  2. proviamo a coglierlo confrontando idee differenti dalle proprie.

Ecco un terreno di vera sfida politica.  E se Rosarno fosse l’occasione per trovare un dialogo politico vero e  diverso? In un tempo in cui tutti parlano di dialogo e riforme senza accettare di spogliarsi dei preconcetti , passaggio fondamentale per il dialogo, o di definire quali siano queste riforme e in che direzioni si debbano fare,  un tema spinoso come quello dell’immigrazione sarebbe veramente un banco di prova serio per la nostra classe politica che avrebbe seriamente la possibilità di riscattarsi dai suoi troppi fallimenti attraverso iniziative condivise, eque e pacate.

E se anche l’esperimento fallisse sarebbe chiaro a tutti chi ha veramente a cuore l’interesse della nostra Nazione e chi usa le tensioni per avere migliaia di voti in più.

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