Sfogo “pour parler” contro la retorica “pur parlé”


Ho letto l’articolo comparso sulle pagine de “L’Ordine” di ieri, mercoledì 23 dicembre, dal titolo “Sfogo giovane contro la retorica giovanilistica”  a firma di Luigi Torriani.

Dispiace constatare come a volte ci si trovi in presenza della semplice voglia di tranciare giudizi senza riflettere troppo sul senso delle cose. Non voglio contestare la possibilità per un giornalista di esprimersi a piacimento su un determinato argomento con un taglio di critica anche distruttiva, non lo voglio fare (non potrei tenere un blog altrimenti) ma vorrei nello specifico segnalare che la riflessione espressa nell’articolo muove purtroppo da alcuni errori di fondo abbastanza grossolani.

Parto dalla prima affermazione: “il segretario (del PD) Luca Corvi ha infatti annunciato che il coordinamento dei circoli del Partito Democratico sul nostro territorio sarà affidato a sei ragazzi tra i 21 e i 28 anni”.

Innanzitutto ci sono delle inesattezze molto forti: letto così sembra che nell’articolo si contesti un atto di magnanimità attraverso il quale il segretario provinciale assegna sua sponte degli incarichi. Se si conoscesse veramente la realtà del Partito Democratico si saprebbe che in provincia di Como ci sono 42 circoli territoriali in ciascuno dei quali sono state svolte nel mese scorso delle assemblee nelle quali gli iscritti del Partito hanno votato democraticamente i Coordinatori dei circoli. Tra gli eletti è da notarsi il fatto – a mio modo di vedere molto positivo – che alcuni di questi coordinatori sono Under 30. L’affermazione di Corvi, in particolare, è estratta da una conferenza stampa nella quale sono stati presentati i coordinatori, tutti di età inferiore ai 28 anni, di 6 circoli della zona dell’Olgiatese: 6 circoli su 42!

Non ho la pretesa di fare il giornalista ma ritengo davvero indelicato che una citazione in un pezzo sia presa assolutamente a caso senza l’attenzione da parte dell’articolista di leggere il contesto dal quale essa è presa.

Da qui passo ora invece alla critica più propriamente di contenuto che muovo all’articolo in questione, l’affermazione cioè che  – a detta dell’articolista – i politici migliorano con il tempo, che l’anzianità è una garanzia di saggezza e di capacità e che se proprio bisogna inserire gente esterna alla politica allora è meglio scegliere un “lucido ed esperto imprenditore sessantenne o un solido docente universitario settantenne”.

Devo confessare che leggere questo articolo rafforza solo in me quel senso di disagio che altre volte ho già manifestato e condiviso con amici e conoscenti: siamo in una società di “maicontenti”, disagio che posso articolare anche nel caso concreto. Se la politica è vecchia allora è colpa dei giovani d’oggi viziati e disimpegnati, se i giovani si fanno avanti in politica sono degli arrivisti inesperti. Inoltre avverto anche una punta di un altro vizio dell’opinione pubblica italiana: quello di generalizzare sempre con una noncuranza incredibile. Per cui con il termine “giovani in politica” si intendono indistintamente ragazzi e ragazze che fanno attività sul territorio costantemente di giorno in giorno e giovani che un qualche partito candida all’Europarlamento dopo aver fatto un calendario o un reality in tv.

La classe politica italiana conosce un grosso periodo di crisi e di credibilità perché essenzialmente avvertita lontana dal sentire del cittadino qualunque.

Ora le critiche mosse nell’articolo potrebbero andare bene se rivolte ad un parlamento ma qui stiamo parlando dei circoli territoriali di un partito, il livello più vicino alla gente, alle comunità, ai piccoli comuni, più vicino alle istanze della vita quotidiana e più lontano dai palazzi degli intrighi di potere. I circoli del Partito Democratico sono un esperimento, inoltre, in una società che viaggia veloce da un capo all’altro del mondo tramite la forza dei mezzi di comunicazione e di internet, di relazionarsi direttamente con i cittadini, con le comunità, con le amministrazioni locali.

Darsi da fare in un circolo del PD è un impegno allo stesso tempo “umile” e “grande”. È un impegno “piccolo” perché guarda ad un lavoro concreto e costante, che si basa sul rapporto personale, sull’attenzione a tutti gli aspetti del proprio territorio.

È un impegno “grande” perché spesso significa metterci la faccia, assumersi delle responsabilità, diventare anche un punto di riferimento, darsi da fare con ogni mezzo possibile.

Ecco perché non mi riconosco in molte affermazioni contenute nell’articolo. La politica non è la gestione di una squadra di calcio o di una discoteca. E per continuare con gli esempi citati nell’articolo ci sono ottimi imprenditori che hanno dimostrato di non essere in grado di avere quel rapporto con la società necessario ad un politico così come professori universitari di altissimo livello uscire con le ossa rotte da una competizione elettorale (anche se presenterei all’autore dell’articolo alcuni 25-30enni davvero in gamba che già si cimentano con le professioni accademiche). Se la politica deve discendere dalla cultura (nel suo senso più ampio e nobile) non è automatico che la cultura da sola riesca forgiare dal nulla ottimi politici.

La politica è qualcosa di più, non la si studia sui libri e non la si può avere per grazia ricevuta, è un percorso che richiede necessariamente che teoria e pratica vadano di pari passo. Solo in questa maniera allora la sarà “figlia della cultura” nel senso pieno auspicato dall’autore dell’articolo. È vero che “ non si impara a pensare dalla sera alla mattina” ma questo non è possibile nemmeno farlo a 60 anni se non lo si è fatto mai prima. Dico questo perché da una lettura complessiva dell’articolo sembra emergere una tendenza considerare i giovani che si avvicinano ad un partito come mera forza manovalanze per volantinaggi, banchetti, affissioni e degni di poco d’altro. Non è una visione molto onorevole della politica se devo dire la verità, che di sicuro contrasta nettamente con le argomentazioni addotte a sostegno delle tesi dell’autore dell’articolo, ma soprattutto nella quale c’è insita la radice del motivo per cui la stragrande maggioranza dei giovani italiani si disinteressa della politica e si sente molto lontano dalla gestione della cosa pubblica. Sono pronto a presentare all’autore ragazze e ragazzi, che di politica ne sanno, ne fanno seriamente, magari ricoprendo qualche carica istituzionale e danno tranquillamente punti ai loro colleghi più “stagionati”.

Mi stupisco del fatto che l’autore dell’articolo, salvo smentirsi alla fine, individua anche la soluzione del problema arrivi ad enucleare il problema e a proporre indirettamente una soluzione che è identica alla proprio alla situazione che intende criticare. Egli scrive infatti  “fosse per me, proporrei addirittura di invecchiare la classe politica. Se non fosse che una classe politica di vecchi è spesso una classe politica di burocrati-politicandi di professione che finiscono con il formare progressivamente una casta impermeabile di oligarchi più interessata al perpetuarsi dei propri privilegi che al bene del Paese”. In questa affermazione l’articolista, contraddicendosi, si risponde da solo alla domanda di quale sia l’utilità di avere giovani impegnati in politica.

Vivo la politica fondamentalmente come  questo: attenzione al territorio e informazione del territorio. In questi anni di approccio al mondo della politica, infatti, la difficoltà maggiore che ho incontrato è quella di venir “preso sul serio”. Mi spiego. Si fa sinceramente molta fatica a far capire ai propri coetanei, amici e conoscenti motivo per cui si perde così tanto tempo in riunioni, incontri, volantinaggi, perché si insiste così tanto ad interessarsi ai problemi di un Consiglio Comunale, alla decisione di un Consiglio Regionale o ad un disegno di legge in Parlamento. Eppure, paradossalmente, la più grande soddisfazione che provo è il riuscire ad interessare quegli stessi coetanei, amici e conoscenti a quello che ruota intorno all’amministrazione del nostro territorio. Non necessariamente condividendo punti di vista o opinioni politiche, anzi, ma solo con il piacere di avere almeno smosso qualcosa in una provincia che dal punto di vista politico è più che addormentata. Da questo punto di vista capisco che vedere dei giovani che si impegnano possa suscitare un po’ di nostalgia nelle vecchie gerarchie partitiche a cui la scena politica italiana si è abituata da parecchio tempo.

Però – ed è il paradosso che condanna al momento l’Italia ad essere immobile –  così come da più parti si richiede un rinnovamento che, giustamente, deve essere mentale e non puramente anagrafico, dall’altra si utilizza proprio quest’ultima interpretazione per blindare la strada ai volenterosi che per un rinnovamento si presterebbero volentieri: mi pare abbastanza contraddittorio invocare l’invecchiamento della classe politica (come scrive l’autore) e poi versare lacrime da coccodrillo sulla fuga di cervelli all’estero o sul fatto che il sogno di un giovane italiano è andarsene a lavorare lontano dal proprio paese. Sono argomenti distinti? Secondo me no! Basta guardarsi bene intorno gli argomenti di cui tanto si discute oggi: le università sono in mano ai “baroni”, le gerarchie sui posti di lavoro passano per anzianità, l’attuale sistema previdenziale  concede meno garanzie proprio a chi vi si accosta per la prima volta, nelle pubbliche amministrazioni si guarda agli amici di lunga data più che al merito, e  i politici godono di posizioni di rendita consolidate nel tempo. Una paralisi complessiva del “sistema Italia” tanto pregnante che spesso crediamo che sia la normalità.

Tanto che l’articolista stesso chiude con queste – deprimenti –  parole:“Se invece i nuovi sono dei ragazzi di vent’anni, allora preferisco tenermi i vecchi”. Mi ha dato solo un argomento in più per andare avanti.

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Un pensiero su “Sfogo “pour parler” contro la retorica “pur parlé”

  1. Sono Luigi Torriani, l’autore dell’articolo “incriminato”. I miei articoli su L’Ordine seguono generalmente questo schema: si parte da una questione locale e si prende spunto da questa per fare una riflessione teorica su un problema più generale. Nel caso in questione il riferimento alle vicende locali del Pd era effettivamente soltanto abbozzato in forma piuttosto generica e ambigua. Accetto dunque le tue critiche e mi scuso. Il contenuto essenziale dell’articolo era comunque costituito, al di là del (mero) spunto iniziale, non dalle scelte del Pd comasco ma da una più generale critica al mito del rinviovanimento della classe politica. Su questo confermo assolutamente quanto ho scritto su L’Ordine, e mi permetto di farti notare che le tue critiche non sono cogenti. Prima di tutto non ho affatto scritto che “l’anzianità è una garanzia di saggezza e di capacità”, nè penso che non esista alcun giovane dalle spiccate capacità politiche o che i giovani – dalle veline raccomandate ai militanti impegnati – siano tutti uguali. Non credo nemmeno che “la cultura da sola riesca a forgiare dal nulla ottimi politici”, come tu invece dai mostra di volermi attribuire. Ho semplicemente scritto, e lo ribadisco, che se si vuole che la politica sia imparentata con la cultura in senso forte (storia, filosofia, economia), sia pure senza coincidere senza residui con essa (la politica, certamente, non si studia solo sui libri, e senza dubbio può ben darsi il caso di un professore universitario settantenne che sia un pessimo politico), e se una condizione necessaria (ma ovviamente non sufficiente: è pieno il mondo di anziani disinteressati alla cultura) per lo sviluppo di una cultura in senso forte è l’avere studiato per molti anni, allora ne discende logicamente che è auspicabile avere una classe politica di età mediamente avanzata (e comunque non di under 30 in posti di grande responsabilità). Mi rimproveri poi una contraddizione citando queste frasi dal mio articolo: “fosse per me, proporrei addirittura di invecchiare la classe politica. Se non fosse che una classe politica di vecchi è spesso una classe politica di burocrati-politicanti di professione che finiscono con il formare progressivamente una casta impermeabile di oligarchi più interessata al perpetuarsi dei propri privilegi che al bene del Paese”. Qui non c’è alcuna contraddizione logica, tanto che il mio articolo prosegue in questo modo: “Questo è certamente un problema, e andrebbe risolto immettendo forze nuove negli apparati di partito. Ben vengano, quindi, gli homines novi. L’importante è che sia chiaro che “nuovo” (rispetto alla classe politica) non significa “giovane” (cioè di bassa età anagrafica). Nuovo può essere anche un lucido ed esperto imprenditore sessantenne o un solido docente universitario settantenne”. Dove starebbe la contraddizione? Dico semplicemente che la classe politica, per non irrigidirsi in casta, deve essere aperta, ma che l’apertura dovrebbe essere non ai ventenni ma agli uomini di cultura e di esperienza. Con questo non voglio certo dire che un under 30 non dovrebbe fare militanza a livello politico. Dico solo che dovrebbe fare una lunga gavetta a livello sia teorico che pratico (e dovrebbe essere aiutato a farla senza costringerlo de facto a fuggire all’estero) prima di assurgere a ruoli di responsabilità. Questo a me sembra solo buon senso, e mi stupisce che quando si parla di rinnovamento della classe politica si faccia oggi spesso riferimento non a un rinnovamento nel senso dell’onestà e della competenza (che io stesso auspico), ma a un ricambio generazionale di tipo anagrafico (svecchiamento, ringiovanimento della classe politica).
    Per la cronaca: non sono un “vecchio”, ma un ragazzo di ventisette anni. Ti faccio i complimenti per il blog e…alla prossima se vorrai discutere di un altro mio articolo!

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