Insubria, terra di finte emergenze


Como è la città delle finte emergenze e delle finte soluzioni.

Il calcio Como sta fallendo? Subito una cordata di imprenditori! Sul lago è comparso un muro? Subito il sindaco prende l’impegno di abbatterlo! L’università rischia di chiudere? Subito il Senatore fa un’interrogazione in Parlamento!

Non sono un incosciente, so bene che si tratta di situazioni che, prese nei rispettivi ambiti, rappresentano delle crisi profonde del nostro territorio. Uso quindi i termini “finte”  e soprattutto “emergenze” nel senso provocatorio che provo a delineare ora.

Tra questi semplici esempi – tutti effettivamente accaduti in città – ci sono dei profili comuni:

  1. La personalizzazione delle reazioni, per cui non si cerca mai una soluzione collettiva ma questa viene sempre connaturata come iniziativa personale di questo o quel personaggio (“il Bruni ha detto che farà questo” “il Butti ha assicurato che si occuperà di quest’altro”, “il Formigoni ci ha promesso i soldi” ecc.)
  2. La sostanziale inutilità delle azioni che vengono messe in campo e la loro inefficacia sia nel breve che nel lungo periodo (e qui è la storia a confermarlo): sostanzialmente queste prese di posizione servono solo a dare la vetrina di un servizio al TG al proponente.

Vi è infine un altro elemento comune a queste “crisi” e cioè che si tratta di situazioni le cui cause sono antiche, radicate, sempre state alla luce del sole, mai affrontate in maniera concreta quando c’erano ancora i tempi per fare qualcosa di più concreto.

Prendiamo l’Università dell’Insubria e  la (decisa/programmata/minacciata?) chiusura della facoltà di scienze di via Valleggio di cui tanto si parla in queste settimane. Quanto siamo in presenza di un “Emergenza” – evento per definizione imprevisto e impensabile – e quanto dell’emergere di problemi le cui radici sono radicate e ben visibili da anni?

Questa crisi arriva da lontano, più o meno dalla nascita dell’Ateneo stesso, relegato a realtà autonoma e non integrata con i territorio: si pensi alle strutture, alla loro dislocazione sparsa, alla mancanza (o quasi) di collegamenti pubblici diretti, alla scarsa integrazione con le aziende in chiave di sbocchi lavorativi sul territorio e inerenti al diversi settori di studi. C’è da rilevare poi la mancanza o quasi di una serie di strutture e servizi per gli studenti di tipo ricettivo e commerciale che in molte altre città, intorno a poli universitari, crea in genere un attivo sistema economico.

Tale crisi è stata peggiorata da una serie di inopportune scelte di amministrazione universitaria come la mancata scelta del campus a fronte della “dissoluzione” dell’Ateneo in svariate sedi universitarie piccole o piccolissime (un tempo mi venne detto che dovrebbero essere circa 23 ma ammetto che la cifra non è verificata). A tal proposito ricordo anche la scelta di proseguire nella costosissima ristrutturazione di Palazzo Natta quale sede di rappresentanza del Rettorato, ora utilizzata a tal fine e per il distaccamento di alcune attività didattiche con spese ulteriori in termini di manutenzione e personale attivo.

Tale le gestione ha acuito le problematiche “organizzative” a danno degli studenti: dalle ristrutturazioni aula per aula fino al personale scelto. Ma faccio un esempio su tutti: la posizione delle segreterie studenti dell’intero ateneo che sono in viale Masia, a 50 minuti a piedi dalla sede di via Valleggio e senza mezzi pubblici diretti a disposizione. Problemi molto pratici quindi che hanno ricadute notevoli e che mostrano in modo chiaro come le scelte di cui sopra e altre abbiano anche una matrice politica.

Evidentemente preoccupati dal crescente e certificato successo della sede comasca negli anni passati, i finanziamenti e le attenzioni dei vertici universitari politici sono stati orientati a beneficio di Varese, creando la situazione descritta. Mi riferisco ad esempio alla scelta di raddoppiare la facoltà di giurisprudenza aprendola anche a Varese, con il seguente dimezzamento delle risorse, la suddivisione di studenti, professori e materie (ho parlato con alcuni miei ex-compagni che mi illustravano come certi corsi siano stati chiusi in una città per venire poi aperti nell’altra a scapito degli alunni costretti anche a pendolare tra due città che sono collegate solo da una strada trafficatissima). Anche la mancata realizzazione del campus è, a mio modo di vedere, imputabile nella paura che la sede di Como, organizzata meglio e con una sede decorosa, avrebbe “oscurato” i nostri vicini e soprattutto le sfere politiche ivi residenti, le stesse sfere politiche che stanno attirando una serie di capitali e di investimenti senza precedenti su Varese ai danni di Como (dalla Polizia ai Vigili del Fuoco fino alla nuova tangenziale).

Quello che si mette in piedi oggi, di fronte a decisioni che sembrano inevitabili, serve davvero a ben poco se non a ritagliarsi i classici 15 minuti di celebrità. Serve invece capacità di progettazione sul lungo periodo, lungimiranza nelle scelte amministrative ed economiche di una città e di un territorio, il realismo di considerare queste scelte valide perché a beneficio di un territorio  e il coraggio di metterle in campo attraverso decisioni anche momentaneamente impopolari.

I politici comaschi che da lungo tempo governano la nostra città e la nostra provincia devono essere chiamati a rispondere delle conseguenze di medio e lungo periodo delle loro decisioni o del loro immobilismo, delle scelte e delle mancanze della loro azione amministrativa.

Serve una chiara e forte presa di posizione perché l’università a Como investa sull’eccellenza e su una maggiore integrazione tra percorso di studi e mondo produttivo in qualità di protagonista attivo della società comasca: solo in quest’ottica l’Ateneo deve essere amministrato e sostenuto.

Senza tutti questi elementi l’università sul nostro territorio non avrebbe comunque senso.

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2 pensieri su “Insubria, terra di finte emergenze

  1. Quanto dici è solo riguardante l’Insubira…ma la situazione è ancora più grave.Quanto sono slegate dal territorio le realtà universitarie comasche? Pensate alla sede del Politecnico: gli ingegneri perchè dovrebbero fare l’università a Como, quando poi devono andare a lavorare a Milano?
    Oppure perchè puntare per anni un corso di Design incentrato sul tessile (in crisi ma presente) e sul legno arredo (grande perla del canturino e della Brianza), quando il mercato non è in grado di assorbire in modo adeguato nel sistema produttvo del territorio chi esce da queste facoltà? Perchè alla fine si deve comunque andare altrove a cercare lavoro?
    Sembra quasi che l’Univerità serva a chi ci lavora e non a chi la frequenta.

    • certo Lycaon
      parlavo di Insubria perché in questi giorni si parla solo di quello, ma il discorso sulla capacità di lungimiranza nelle scelte ha portata generale. In questa prospettiva ritengo che UniverComo non abbia saputo/potuto svolgere il necessario ruolo di collante tra gli Atenei, i distretti produttivi e culturali e le amministrazioni pubbliche a diversi livelli: la colpa è primariamente di queste ultime che non hanno saputo/voluto investire sulla presenza universitaria come motore di sviluppo. Eppure ci sarebbero i luoghi (univerComo, gli Atenei, i CdA…) dove porre rimedio e cominciare un lavoro che abbia realmente al contro Como e i Giovani…

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